ArcelorMittal dice “falsità” sull’immunità penale, fa “capitalismo d’assalto” improntato sulla privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite ed è “inadempiente” sul contratto. È il nuovo duro attacco contenuto nella memoria di replica presentata dai legali dei commissari dell’ex Ilva nel contenzioso civile in corso a Milano con il gruppo franco indiano, la cui prossima udienza è fissata il 7 febbraio. L’affermazione di ArcelorMittal secondo cui “la mancata estensione temporale dello scudo penale renderebbe ‘impossibile attuare il piano ambientale senza incorrere in responsabilità (anche penali) conseguenti a problemi ambientali ereditati dalla precedente gestione’ non è pertanto una semplice mistificazione ma piuttosto una conclamata falsità”, si legge nelle 86 pagine redatte dagli avvocati Giorgio De Nova, Enrico Castellani e Marco Annoni per i quali è “soltanto la raffazzonata giustificazione” utilizzata per sciogliersi da un rapporto contrattuale “non più ritenuto nel proprio interesse” e il “grimaldello” attraverso il quale “tentare di fare saltare l’assetto negoziale”.

I legali dell’amministrazione straordinaria, spiegando la volontà di ArcelorMittal di dimezzare gli attuali 10.700 dipendenti, scrivono che l’azienda porta avanti le “consuete logiche” di “un certo tipo di capitalismo d’assalto” secondo le quali se “a valle dell’affare concordato si guadagna, allora ‘guadagno io’, mentre, se invece si perde, allora ‘perdiamo insieme’“. Non solo. L’amministrazione straordinaria attacca proprio sulla gestione dell’affare e la tesi della multinazionale dell’acciaio di una “esatta esecuzione” del contratto di affitto degli stabilimenti di Taranto definita “del tutto mistificatoria” e porta ad evidenziare come il gruppo “non abbia mai regolarmente adempiuto al contratto e il livello del proprio inadempimento si sia gradualmente accresciuto man mano che la controparte comprendeva la propria inabilità a gestire in modo economicamente efficace i rami d’azienda presi in carico”.

“Neppure oggi” ArcelorMittal, si legge ancora nella memoria, “è regolarmente adempiente ai propri obblighi contrattuali” e la gestione del siderurgico sta “continuando ad avvenire su una base nettamente depressa ed insufficiente rispetto alla capacità produttiva”. Basti pensare che proprio lunedì l’azienda ha stabilito la chiusura per almeno due mesi dell’Acciaieria 2 giustificandola con la mancanza di commesse e materie prime. Una decisione che porterà altri 250 operai in cassa integrazione. In più, “la consistenza del magazzino” anziché “essere orientata all’approvvigionamento” è “fortemente sbilanciata sul prodotto finito”.

I legali lamentano anche che Mittal “si rifiuta ostinatamente di consentire” verifiche e sopralluoghi “in violazione degli impegni assunti in udienza”. E attaccano anche sull’altoforno 2, uno dei motivi avanzati da ArcelorMittal per giustificare l’addio agli impianti. L’amministrazione straordinaria ricorda che con il provvedimento del Tribunale del Riesame di Taranto – che lo scorso 7 gennaio ha accolto di fatto l’istanza di proroga dell’uso in attesa degli ultimi lavori – è “venuto meno, già in fatto, il presupposto di gran parte delle argomentazioni avversarie”. I giudici hanno, scrivono testualmente i commissari, “raso al suolo” le affermazioni dell’azienda.

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