Sette anni diventati cinque e qualche mese grazie alla liberazione anticipata. Tanto è durata la detenzione di Marcello Dell’Utri, ex manager di Publitalia condannato per concorso esterno in associazione mafiosa dai giudici di Palermo. Martedì 3 dicembre è il giorno in cui finisce di scontare la sua pena e torna un uomo libero. Da luglio 2018, per motivi di salute, era ai domiciliari nella sua casa di Milano.

L’espiazione della condanna, che nel 2014 la Cassazione rese definitiva, non chiude però i conti con la giustizia dell’ex senatore e fondatore di Forza Italia. E’ ancora aperto il processo per la cosiddetta trattativa Stato-mafia che in primo grado gli ha portato la pena di 12 anni. E restano le accuse di peculato, ricettazione e appropriazione indebita, a Napoli, legate alla scomparsa di alcuni libri antichi.

Dopo una condanna per falso in bilancio nel 1987, Dell’Utri finisce sotto inchiesta a Palermo, nei primi anni ’90, per concorso esterno in associazione mafiosa. Un’accusa che si trascina per vent’anni circa, con in mezzo due processi d’appello, e si conclude col sigillo della Cassazione che accerta in modo definitivo i suoi rapporti con la mafia palermitana dal 1974 al 1992. Alla vigilia della sentenza della Suprema Corte, l’ex senatore tenta la fuga in Libano per sottrarsi alla cattura. Una latitanza di pochi giorni conclusa con la concessione dell’estradizione all’Italia. Poi il carcere: prima a Parma, in alta sicurezza, successivamente a Rebibbia. Infine, nel 2018, la concessione della detenzione domiciliare per motivi di salute.

Per i giudici, Dell’Utri, avrebbe svolto un ruolo di mediatore nel “patto di protezione siglato nel 1974 con la mafia da Silvio Berlusconi“. Un refrain quello dei suoi legami mafiosi e del ruolo di “cerniera” tra i clan e il Cavaliere, che torna anche nella sentenza di primo grado del processo sulla Trattativa dove l’ex senatore diventa “portatore” della minaccia mafiosa presso l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e si prende 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato.

Marcello Dell’Utri ha incassato contrattaccando. Scagliandosi contro certi pm, criticando aspramente l’impianto accusatorio, arrivando a dire di essere sceso in politica per evitare il carcere. Dell’amico Berlusconi, ritenuto da premier vittima della minaccia mafiosa, ma accusato negli anni di essere stato il referente politico di Cosa nostra dalla sua discesa in campo, non ha mai detto una parola. Un sodalizio lungo una vita il loro, forse incrinato negli ultimi tempi: quando il Cavaliere si è rifiutato di deporre in sua difesa al processo d’appello sulla trattativa. Si è avvalso della facoltà di non rispondere, consigliato dai suoi legali, che temevano domande scomode dell’accusa anche in funzione del fatto che il leader di Forza Italia è ancora indagato dalla Procura di Firenze – proprio con Dell’Utri – come possibile mandante delle stragi di mafia del 1993.

Nel frattempo, da ora, Dell’Utri potrà riprendere una vita normale. Gli restano i due anni di sorveglianza speciale decisi nella sentenza di condanna e il conseguente obbligo di firma alla polizia. In attesa che si definiscano gli altri processi.

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