Harald Jäger era di fronte alla tv, quella sera. Mangiava alla caffetteria del comando. Quando nello schermo Günter Schabowski pronunciò il fatidico “Da questo momento“, Harald sentì una goccia di sudore scivolargli giù, lungo la schiena. “Ho pensato ‘Cosa dice questo matto?'”, ha raccontato di recente. Perché il portavoce del Sozialistische Einheitspartei Deutschlands aveva appena annunciato che la legge che impediva l’espatrio era superata e che andare all’Ovest ora era possibile. Qualche minuto dopo il tenente colonnello Jäger si alzò e guardò fuori dalla finestra: davanti alla sbarra, ma a distanza di sicurezza dai fucili dei soldati, ce n’erano una ventina. Un’ora dopo al valico di Bornholmer Strasse erano arrivate decine di migliaia di persone. “Di’ alle guardie di rimandarli a casa”, gli avevano detto i superiori una, due, tre volte. Ma non era possibile. Così Jäger aveva dato ordine di sollevare la sbarra, certificando la caduta del Muro di Berlino e la nascita della nuova Europa.

Quel 9 novembre 1989 Jäger non lo sapeva né gli interessava, ma il giornalista che aveva fatto la domanda cui Schabowski aveva risposto impreparato “ab sofort” (“da subito”) era un italiano. Si chiama Riccardo Ehrmann. La conferenza stampa in diretta sulla tv di Stato scivolava via soporifera come tutte quelle del Sed, nonostante i movimenti innescati dalla Perestrojka che attraversavano come onde telluriche il partito e il Paese. “Era stata annunciata quella mattina stessa e il portavoce ci aveva detto solo che ‘era importante’ – racconta al telefono da Madrid, dove vive oggi, l’allora corrispondente dell’Ansa a Berlino – Ma per il regime comunista erano tutte importanti, quindi non c’era motivo per pensare che dovessero dire qualcosa di sensazionale”.

Invece cosa accadde?
Schabowski lesse il comunicato scritto del politburo, di cui ho una copia perché lui stesso me lo regalò anni dopo – ricorda Ehrmann, 90 anni, la voce stentorea e secca come un lancio d’agenzia – Annunciò che il partito aveva deciso l’allentamento delle restrizioni previste dalla legge che impediva l’espatrio ai cittadini della Ddr. Io gli feci tre domande. Gli chiesi se l’allentamento delle restrizioni valeva anche per Berlino Ovest e lui rispose: ‘Sì, vale per tutte le frontiere’. Allora gli feci: ‘Senza passaporto?’. E lui mi disse: ‘Sì, solo con un documento d’identità’. E poi: ‘Ab wann?’, ‘Da quando?’. E lui disse: ‘Qui non c’è scritto, ma sono certo che è da subito. Da questo momento‘.

E venne giù tutto.
La cosa bella è che nel foglietto c’è scritto davvero ‘Ab sofort‘ ovvero ‘Da subito’. Sono le parole con cui si apre il secondo paragrafo. Quindi probabilmente nella concitazione di quei momenti non avrà avuto il tempo di leggere bene il dispaccio. Secondo quanto ho potuto ricostruire, il foglio gli era stato dato poco prima della conferenza da Egon Krenz in persona.

Nel cerchio Ehrman alla conferenza stampa del portavoce della Sed

L’uomo che aveva preso il ruolo di Erich Honecker alla guida dello Stato e che credeva che la Perestrojka avrebbe potuto salvare la Ddr dal crollo.
Sì, e se è così evidentemente Schabowski non aveva letto il comunicato o gli aveva dato solo una scorsa prima di fare l’annuncio. Non sono vere le ricostruzioni dei giornalisti tedeschi che dissero che le nuove regole sarebbero dovute entrare in vigore alle 4 del giorno seguente.

La dimostrazione di come a volte sia il caso a determinare le grandi svolte della Storia.
Come accade nella vita di quella cosa infinitamente più piccola della Storia che sono gli uomini. Ma in questo caso la Storia stava già virando. E c’è chi dice che ci fosse stata un’influenza diretta di Gorbaciov, che era in forte contrasto con il regime stalinista della Germania orientale.

Dove oggi partiti nostalgici di altri regimi fanno il pieno di voti. In Turingia Alternative fur Deutschland ha preso…
I nazisti, vuoi dire.

Loro. Hanno preso il 23,4% in terre che furono dell’ex Repubblica democratica tedesca. Perché?
Una collega dì lì che fino a poco fa stava con loro mi dice che è una reazione di molti tedeschi orientali che si sentono trattati peggio degli occidentali. Ma credo dipenda anche dal forte vento di destra che soffia sull’Europa.

A proposito, con quella domanda hai dato l’ultima spallata alla struttura “terrena” del sistema di valori su cui erano stati costruiti i partiti di sinistra di mezza Europa.
Non potevo immaginare nulla di tutto questo. Poi mi hanno accusato di tutto. Hanno detto che sono stato complice di regime comunista, una sua marionetta. La rivista Time arrivò a pubblicare un articolo in cui si diceva che la conferenza stampa era stata una messa in scena in cui io ero complice. Ma per fare quell’annuncio nessun regime al mondo avrebbe avuto bisogno di un’imbeccata o di una domanda ammaestrata. C’è stato anche un giornalista tedesco che ha detto al Wall Street Journal che non era possibile che un italiano si fosse potuto esprimere in un tedesco così perfetto, per cui anche se le telecamere inquadravano me era lui che parlava e mi doppiava.

Gli rispondesti? Nel 2015 persino l’ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble ti riconobbe pubblicamente il primato.
Al giornalista risposi con la verità: io sono nato e cresciuto a Firenze, ma figlio di ebrei polacchi arrivati in Italia negli anni Venti per sfuggire alle prime persecuzioni razziali che avvenivano in Polonia. In casa si parlava tedesco e ho avuto una istitutrice tedesca, quindi parlo la lingua quasi bene come l’italiano.

Ti sei reso subito conto di aver contribuito a cambiare la Storia?
Non mi ero reso conto di averlo fatto, io avevo solo capito quello che significavano le parole del portavoce. Non pensavo che significasse fine della Guerra fredda, dell’impero sovietico e del sistema comunista.

Quando lo hai capito?
C’è voluto un po’. Dopo la conferenza stampa ho passato momenti di terrore, terrore puro di aver dato una notizia falsa. Subito dopo la conferenza stampa sono corso al posto di frontiera più vicino per vedere cosa succedeva e quando sono arrivato lì mi sono reso conto che non succedeva assolutamente nulla. Che tutto era bloccato come prima. E allora mi sono impaurito. ‘Sta’ a vedere che ho sbagliato in pieno’, mi sono detto.

Invece qualche ora dopo migliaia di persone premevano ai valichi in diversi punti del Muro.
Sono tornato a casa, che faceva anche da ufficio, e sulla porta ho trovato una signora, una vicina. Era un personaggio molto in alto nella nomenclatura tedesca orientale. Era stata ambasciatrice della Deutsche Demokratische Republik alle Nazioni Unite e, rientrata a Berlino, era diventata titolare della cattedra di Marxismo e Leninismo dell’università Von Humboldt. La signora mi aspettava sulla porta e piangeva. Quando sono arrivato si è gettata tra le mie braccia e ha detto: “Alles ist vorbei, aber vielleicht ist es besser so“, che significa: “E’ tutto finito, ma forse è meglio così”.

Allora hai cominciato a rinfrancarti.
Subito dopo sono entrato in ufficio e suonava il telefono. Alzo la cornetta e sento una voce concitatissima dall’altra parte che dice: ‘Riccardo, sono l’ambasciatore d’Italia. Che cazzo hai fatto? Tutti i miei colleghi ambasciatori mi dicono che un italiano ha fatto qualcosa di incredibile’. Non mi ricordo cosa gli risposi, ma oggi potrei rispondergli con certezza: “Beh, sì, ho fatto cadere il Muro di Berlino”.

C’è un muro, anche metaforico, che dovrebbe cadere oggi?
Oggi in Europa i muri sono quelli che vengono eretti contro gli emigranti. So che il nostro ex ministro dell’Interno dice che bisogna costruire muri per bloccare l’ingresso di questa gente. Non sono d’accordo, costruire muri è sempre uno sbaglio.

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