Alcuni telefoni cellulari, il personal computer, diverse pen drive. È quanto la Guardia di Finanza di Firenze ha sequestrato a Tiziano Renzi lo scorso 3 ottobre, quando le Fiamme Gialle si sono presentate nella sua villa di Rignano su ordine della Procura del capoluogo toscano, dove da marzo scorso Renzi senior e l’immobiliarista Luigi Dagostino sono iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di traffico di influenze. La notizia è stata riportata dall’edizione odierna de La Verità, secondo cui l’obiettivo degli inquirenti è quello di trovare chat, comunicazioni e documenti su argomenti sensibili. Nella giornata di ieri, martedì 8 ottobre, il sequestro a carico di Tiziano Renzi ha avuto uno sviluppo importante, perché la pm Christine Von Borries ha affidato a un consulente della procura l’incarico di scoprire cosa contengono i telefoni e i pc di Renzi senior. Si è trattato di un accertamento non ripetibile effettuato alla presenza dei legali del padre dell’ex premier, che – a leggere il quotidiano di Maurizio Belpietro – si sono dimostrati “agitati” a causa della scarsa dimestichezza di Tiziano con gli apparati tecnologici e con il conseguente rischio di aver lasciato in memoria conversazioni e tracce su temi riservati, dall’attività imprenditoriale alle vicissitudini giudiziarie del padre del leader di Italia Viva.

Preoccupazione che sembrerebbe fondata quella degli avvocati Bagattini e Pellegrini, perché sempre secondo il giornale milanese l’esperto nominato dalla procura ha trovato sui telefoni di Renzi alcune vecchie chat non cancellate ed effettuate con programmi che permettono a chi li utilizza di non essere intercettato (Telegram, Signal, Whattsapp). E il tempo, in questa indagine, non è un fattore di poco conto, perché il procuratore aggiunto Luca Turco e la pm Christine Von Borries vogliono far luce su un ipotetico traffico di influenze realizzato dal 2015 a oggi. Sono gli anni, del resto, in cui è maturato e si è consolidato il rapporto tra Tiziano Renzi e Luigi Dagostino, entrambi condannati il 7 ottobre scorso per fatture false (1 anno e 9 mesi per i genitori dell’ex premier, due anni per l’imprenditore di origini pugliesi). Come raccontato da Il Fatto Quotidiano a settembre 2015, Dagostino aveva portato con se Tiziano Renzi nel suo giro da Nord a Sud per incontrare i sindaci delle città in cui aveva progettato di costruire nuovi outlet sull’esempio del The Mall di Leccio Reggello (proprio per progetti relativi a questo outlet la Tramor di Dagostino verso le due fatture false per complessivi 160mila euro che sono valse la condanna a entrambi). I due compaiono insieme a Sanremo a settembre 2014 e successivamente a Fasano, nel Brindisino, luoghi in cui sarebbero dovuti sorgere i due centri commerciali del gruppo Kering. Il rapporto tra Tiziano Renzi e Dagostino, poi, era diventato organico grazie alla Party Srl, in cui entrambi controllavano il 40% delle quote (Tiziano direttamente, Dagostino tramite la Nikila Invest, della sua compagna Ilaria Niccolai): la società è stata poi chiusa a gennaio 2016 a causa “della pesante campagna mediatica”. Sulla natura del loro legame (testimoniato anche da una serie di incontri annotati con cura da Dagostino sulla sua agenda, poi finita agli atti dell’inchiesta) era stato lo stesso immobiliarista di origini pugliesi a fornire una spiegazione illuminante in un’intervista alla Verità: “Faceva parte del lavoro di Tiziano, quello della lobby, di portare magari i politici, diciamo… era un’epoca quella dove incontravi un tale per strada e voleva stare con Renzi. Alla fine è un lobbismo, ma è un lobbismo del cazzo”.

Lo stesso imprenditore, inoltre, nel corso del processo per fatture false aveva poi parlato di “sudditanza psicologica” quando si era trattato di spiegare ai pm i motivi che lo avevano portato al pagamento di una cifra così alta (i 160mila euro) per progetti non proprio articolati (gli studi di fattibilità all’outlet di Leccio Reggello). Una circostanza che poi è sfociata nella condanna di entrambi per fatture false. Con un particolare: nella sua requisitoria, la pm Christine Von Borries ha fatto riferimento a un’altra vicenda, ovvero l’incontro svoltosi nel 2015 a Palazzo Chigi tra Luca Lotti, Luigi Dagostino, l’avvocato pugliese Ruggero Sfrecola e il magistrato di Trani Antonio Savasta, colui che avrebbe dovuto indagare Dagostino per un’altra storia di fatture false e che invece non fece nulla. Dopo molti mesi la Finanza inviò una comunicazione di reato alla Procura di Firenze e partì l’inchiesta sull’imprenditore pugliese. Quest’ultimo durante un’audizione del processo per fatture false a Firenze spiegò che l’incontro a Palazzo Chigi gli era stato chiesto da Savasta e lui era riuscito a ottenerlo proprio grazie a Tiziano Renzi. I progettini pagati 160mila euro, la riunione con Lotti, i loro incontri, ecc: tutte vicende che i pm del capoluogo toscano analizzeranno (se non lo hanno già fatto) nell’ambito della nuova inchiesta per traffico di influenze, ai cui atti ci sarà anche il materiale trovato all’interno degli apparati tecnologici sequestrati a inizio ottobre a Tiziano Renzi. “Sappiamo dell’esistenza di un procedimento, che ci risulta ancora nella fase preliminare che riguarda Luigi Dagostino e Tiziano Renzi, dove il reato ipotizzato è quello di traffico di influenze illecite”: parola di Alessandro Traversi, legale dell’imprenditore di origini pugliesi. “Per quanto di nostra conoscenza, non esiste tuttavia un capo di imputazione preciso e formalmente sarebbero finora indagati solo loro due” ha aggiunto l’avvocato, secondo cui “quello di traffico di influenze illecite è un reato molto fumoso e vago. Posso escludere – ha concluso – che il mio assistito si possa essere macchiato del reato di traffico di influenze illecite. Non ho conoscenza di sequestri o altri atti istruttori nei confronti del mio assistito”.

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