Il prezzo del petrolio a New York ha chiuso in rialzo del 14,7% a seguito degli attacchi alle raffinerie saudite di Saudi Aramco, in quello che è al momento il maggior rialzo degli ultimi tre anni. Il Wti in consegna a ottobre, riferimento americano del greggio, ha guadagnato 8,50 dollari finendo a 62,90 dollari. A Londra intanto il prezzo del Brent ha registrato il più grande avanzamento della storia, chiudendo con un rialzo del 14,6%. Secondo i dati di Bloomberg, si tratta del più grande apprezzamento del barile di greggio del Mare del Nord da quando il contratto è stato istituito nel 1988.

L’impennata deriva dal fatto che l’Arabia Saudita è tra i maggiori esportatori mondiali di petrolio, anche se di recente gli Stati Uniti l’hanno superata grazie all’impulso alle estrazioni dato dall’amministrazione Trump. E dopo gli attacchi con i droni ha ridotto la produzione di 5,7 milioni barili al giorno, quasi la metà della produzione del paese. L’equivalente del 5% del consumo giornaliero mondiale. Il gruppo sta lavorando per ripristinare la capacità persa, ma secondo il Wall Street Journal le autorità saudite stanno valutando se rinviare la quotazione. I banchieri assoldati di Saudi Aramco per la storica ipo – in calendario a novembre per la prima fase dell’offerta agli investitori sauditi prima di rivolgersi agli investitori nazionali – sono arrivati a frotte all’hotel Ritz di Dubai per la presentazione agli analisti. Ma le dimensioni dell’attacco rendono improbabile che la quotazione possa avvenire nei prossimi mesi, rischiando di abbassare notevolmente la valutazione della compagnia che il principale Mohammed bin Salman ha fissato in oltre 2.000 miliardi di dollari.

L’avversione al rischio che si è scatenata sui mercati a seguito della notizia dell’attacco sostiene anche le quotazioni dell’oro. Gli investitori optano infatti, complice l’escalation delle tensioni geopolitiche, per il bene rifugio per eccellenza.

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