C’è chi lascia l’Italia senza guardarsi indietro, convinto che sia l’unica strada possibile. Per Andrea Bussoletti, 34enne di Arcevia, nelle Marche, non è stato così. “Trasferirmi dall’altra parte del mondo, senza reti o contatti, è stata una decisione durissima”, racconta. “Ma era quella giusta: arrivare qui è stata la più grande fortuna che potessi avere”. Andrea fa il professore universitario a Guadalajara, la seconda città del Messico. Da lì viene Monica, sua moglie, anche lei professoressa, conosciuta a Firenze mentre entrambi studiavano Scienze politiche. “Appena ho finito il dottorato, nel 2014, ci siamo sposati e siamo partiti. Più mi avvicinavo al termine del percorso più capivo che non avrei mai trovato spazio nella ricerca. Non do la colpa ai miei maestri, di cui anzi ho un ottimo ricordo. Ma c’era un’oggettiva scarsità di risorse che limitava al massimo i bandi e i posti disponibili. Così mi sono fatto convincere da Monica e ho fatto la follia. Ero già stato a Guadalajara a conoscere la sua famiglia e devo dire che la città non mi era nemmeno particolarmente piaciuta. Ora, dopo quasi 5 anni che vivo qui, non me ne andrei per niente al mondo”.

Arrivato in Messico Andrea inizia a lavorare come consulente in comunicazione per un’agenzia gestita da amici della moglie. “Sapevo che non avrei potuto entrare subito in università, che qui, come in Italia, ha i suoi tempi”, ricorda. “Ma ciò che mi ha colpito da subito è il prestigio che tutti riconoscevano al mio titolo di dottore di ricerca. Era una marcia in più anche al momento di contrattare lo stipendio. In Italia ero abituato ad essere guardato dall’alto in basso come uno che non sta lavorando davvero, un mantenuto dallo Stato che non fa nulla di utile. Non contavo neanche più le frecciatine, dirette o indirette. Credo sia dovuto a una concezione svalutante di chi studia, un male di cui l’Italia non riesce a liberarsi”. Dopo un anno arriva il primo incarico in un ateneo privato, poi il passaggio all’università statale di Guadalajara. “All’inizio ero pagato a lezione, poi nell’estate 2016 ho ottenuto il posto da professore associato. Insegno storia contemporanea, teoria della democrazia e scienza politica. L’anno scorso invece sono diventato ricercatore, che qui è una qualifica ulteriore e diversa rispetto a quella di professore. Con il titolo di ricercatore si accede al sistema nazionale di ricerca, un meccanismo di incentivo alla produttività scientifica per cui più – e meglio – pubblichi, più guadagni. Chi si colloca nella fascia più alta di produttività arriva a raddoppiare il proprio stipendio”.

La differenza maggiore tra gli ambienti accademici di Italia e Messico, secondo Andrea, sta nella meritocrazia. “Le cose non sono facili nemmeno qui, ma per quello che ho avuto modo di vedere, se lavori sodo e dai il massimo alla fine vieni ripagato. In Italia, purtroppo, non è così. Lo vedo nell’esperienza dei miei colleghi che sono rimasti: puoi anche spaccarti la schiena, ma non sei mai sicuro di farcela. È un campo minato”. L’altro aspetto positivo, racconta, è l’ambiente vivace e aperto ai giovani. “L’ateneo ci ha finanziato la creazione di un osservatorio elettorale composto da noi professori e dai nostri studenti. In Italia sarebbe stato quasi impossibile avere l’appoggio istituzionale a un’iniziativa così. La tendenza è proteggere le rendite, tutelare l’esistente e lasciare fuori dalla porta chi cerca di entrare”. E il baronato, dice, quasi non esiste: “Ma credo sia una questione di risorse, che per quanto scarse sono comunque maggiori che in Italia. Quando ci sono fondi per tutti, la prepotenza e la prevaricazione non hanno motivo di esistere”.

Andrea e Monica hanno un figlio, Adrian, che ha due anni e sta crescendo da messicano. “Cerco di parlargli anche in italiano, ma spesso mi dimentico – ammette lui -. Ogni estate lo porto in Italia a trovare i nonni e i miei amici di una vita. Ma ultimamente non riconosco più il Paese che mi ha cresciuto. Il tono della discussione politica è diventato estremo e poco ragionevole, come se chiunque viene da fuori fosse per forza un delinquente o un assassino. Mi sento un pesce fuor d’acqua e il mio timore più grande è che un giorno la mia famiglia in Italia non sia più la benvenuta, che qualcuno dica a mio figlio ‘non sei di qui, torna a casa tua’. Ed è una tendenza che sta contagiando anche i messicani, che durante il passaggio della carovana diretta negli Usa, lo scorso autunno, assomigliavano tanto a Trump e a Salvini. Ho visto un’anima peggiore e diversa anche in questo popolo di solito così accogliente. Nei piani di Andrea, almeno per il momento, non c’è di tornare. “In Messico sto benissimo, non ho intenzione di muovermi. Mi dispiace che mio figlio non conosca l’ambiente in cui sono cresciuto, che non veda mai i suoi nonni. Ma, soprattutto, vorrei che in Italia si sentisse a casa propria come io mi sono sentito qui”.

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