Cinquecento manifestanti di estrema destra da una parte, centinaia di manifestanti antifascisti dall’altra, tredici arresti, sei persone ferite negli scontri con la polizia e tra gli attivisti delle due diverse fazioni. Oltre al sequestro di manganelli, scudi artigianali e spray repellenti. È il bilancio della manifestazione che sabato 17 agosto ha avuto luogo a Portland, roccaforte progressista sulla costa occidentale degli Stati Uniti, dove, secondo il Guardian, si è svolta la più grande dimostrazione di estrema destra dell’era di Trump.

Basta terrorismo interno“, è lo slogan utilizzato dai gruppi di estrema destra che hanno convocato la manifestazione, non autorizzata. La frase non è riferita ai sempre più numerosi casi di mass shooting, una forma di terrorismo domestico che ha visto spesso protagonisti suprematisti bianchi e che, dall’inizio dell’anno, ha causato già 246 morti. Ma è riferita ai gruppi antifascisti che, secondo i militanti di destra, dovrebbero essere riconosciuti come terroristi domestici.

Una richiesta che era già stata avanzata dal senatore texano Ted Cruz: l’ex candidato alle primarie del Partito Repubblicano, sconfitto da Donald Trump, a luglio ha infatti introdotto una risoluzione perché i membri del gruppo “Antifa” – che, si legge nel testo della risoluzione, “rappresentano l’opposizione agli ideali democratici di assembramento pacifico e del diritto di parola per tutti” e che sono “un’organizzazione terroristica composta da radicali odiosi e intolleranti che perseguono il loro programma estremo attraverso la violenza aggressiva” – vengano riconosciuti come terroristi.

La manifestazione, che ha riunito manifestanti di estrema destra provenienti da tutti gli Stati Uniti, è stata organizzata dai leader del gruppo Proud Boys, definita “organizzazione che incita all’odio” dall’ente di monitoraggio degli estremismi Southern Poverty Law Center. E ha visto i sostenitori di Trump sfilare con gruppi più radicali, tra cui Three Percenters, un gruppo di milizia “patriota” e la Guardia americana. Dall’altra, gruppi della sinistra radicale che avevano indetto una contromanifestazione: tra loro Rose City Antifa, che ha scritto online che i gruppi “far-right” intendono “portare la loro violenze a sfondo politico nelle nostre strade” e che bisogna “difendere Portland dai loro attacchi”.

Un mix potenzialmente esplosivo che aveva portato le forze dell’ordine a blindare le strade per evitare che i due cortei convergessero. Anche perché, nella promozione della manifestazione il livello di violenza era già alto: il leader dei Proud Boys Joe Biggs sui social aveva postato foto in cui brandiva una mazza da baseball con la faccia di Trump e, in un video, è apparso con una maglietta con lo slogan “Training to Throw Communists Out of Helicopters” – un riferimento ai metodi del regime cileno di Augusto Pinochet per l’esecuzione dei dissidenti – provocando gli antifascisti, dicendo: “Non ti sentirai al sicuro quando uscirai in pubblico”. O “ti sto per calpestare il culo, Antifa”.

Poche ore prima della manifestazione, tra l’altro, era intervenuto anche il capo della Casa Bianca in persona, che su Twitter aveva scritto: “Importante considerazione è stata data alla denominazione di ANTIFA come “ORGANIZZAZIONE DEL TERRORE“. Portland viene osservata molto attentamente. Spero che il Sindaco sarà in grado di fare correttamente il suo lavoro!”.

Frase che da più parti è stata vista come un modo per alimentare le tensioni interne, tanto che non è tardata ad arrivare la risposta del sindaco di Portland Ted Wheeler: “Francamente, non è utile – ha detto il primo cittadino alla Cnn – Questa è una situazione potenzialmente pericolosa e instabile e l’aggiunta di quel rumore non fa nulla per supportare o aiutare gli sforzi che stanno avvenendo qui a Portland”.

Anche perché la città dell’Oregon è da anni al centro di uno scontro tra antifascisti ed estrema destra. L’ultimo episodio si è verificato il 29 giugno quando, durante una manifestazione di destra, lo scrittore conservatore Andy Ngo è stato preso a pugni da alcuni manifestanti mascherati. Ma le violenze nella città vanno avanti dal 2017, da quando Portland è la sede di violenti raduni di attivisti di estrema destra, non solo locali. Raduni che hanno portato, nella città tra le più liberali degli Usa, all’organizzazione di sempre più frequenti contromanifestazioni antifasciste. Uno scontro che probabilmente non si chiuderà dopo la manifestazione di sabato: i Proud Boys hanno infatti annunciato che, d’ora in poi, marceranno ogni mese.

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