Il Senato riapre le porte il giorno dell’anti-vigilia di Ferragosto per votare il calendario che scandirà la crisi di governo. I senatori, richiamati in fretta e furia dalla pausa estiva, dovranno esprimersi oggi alle 18 sulle prossime tappe e dopo che la riunione dei capigruppo è finita senza un accordo: da una parte Lega-Fdi-Fi chiedono infatti che si discuta la mozione di sfiducia al premier Giuseppe Conte già il 14 agosto (nel giorno della commemorazione per il crollo del ponte Morandi), mentre Pd-M5s-Leu hanno già votato e ottenuto che le comunicazioni del presidente del Consiglio siano il 20 agosto prossimo. E se anche Matteo Salvini minaccia di essere “pronto a tutto”, quindi anche a ritirare i suoi ministri, la crisi dovrà per forza passare dal Parlamento.

La presidente di Palazzo Madama, la forzista Elisabetta Casellati, ha cercato di accelerare i tempi portando il voto in Aula già oggi: un tentativo, hanno contestato le opposizioni, di favorire il Carroccio nella speranza che non tutti i senatori riescano a rientrare. In realtà i 5 stelle, se Pd e Leu li aiuteranno, hanno i numeri sufficienti per dettare l’agenda della crisi. Al di là che si vada o meno verso la nascita di una nuova alleanza tra grillini e democratici, il primo passo in Senato mostra che hanno abbastanza voti per opporsi alle richieste di Salvini. Del resto, di governo di legislatura o di scopo, è preventivo parlare. Anche perché l’altro ostacolo è il voto sul taglio dei parlamentari: alle 19, ci sarà la capigruppo della Camera, che deciderà la calendarizzazione della legge su cui i 5 stelle puntano tutto. Il Pd, che mai fino ad ora, ha votato in favore della riduzione delle poltrone, potrebbe però cambiare idea in vista di un nuovo progetto di esecutivo. Il regista, che continua a discutere con il segretario Nicola Zingaretti, è proprio Matteo Renzi che, sempre oggi alle 16.30, ha convocato la stampa. In giornata, è atteso anche il faccia-faccia tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini: da quel vertice deve uscire un accordo o meno in vista dell’eventuale voto anticipato.

I numeri: 159 contro 136 (salvo assenze) – La giornata di oggi è decisiva al Senato. La Lega a Palazzo Madama può contare su 56 voti (Bossi non è presente per motivi di salute), 62 di Forza Italia e 18 di Fratelli d’Italia. In totale quindi, se tutti saranno presenti, il Carroccio raggiungerà quota 136 preferenze. Non basta per avere la meglio, almeno sulla carta e salvo sorprese, se le opposizioni votano con i 5 stelle e non decidono di uscire dall’Aula (come invece avevano ipotizzato in un primo momento). Oltre ai 107 senatori M5s, si contano 51 democratici, 8 delle Autonomie e almeno 8 del Misto. Ovvero quarantatré voti di scarto con il centrodestra. I democratici hanno già calcolato le assenze, stilando un quadro che rimane ipotetico: 102 grillini, 45 del Pd e 12 del Misto per un totale di 159 voti. Abbastanza per essere ancora ampiamente in maggioranza. Certo rimangono numerose incognite e finché non ci sarà il voto effettivo in Aula, tutti gli scenari restano aperti. Salvini continua a insistere sulla necessità di avere “una crisi lampo” e ieri in serata si è detto pronto a “ritirare i ministri”. Ma anche questo gesto non poterebbe a una rottura prima del 20 agosto, quando sono già fissate le comunicazioni di Conte al Parlamento: il premier vuole che la crisi si consumi in Parlamento e su questo non intende indietreggiare.

Mozione di sfiducia e comunicazioni del presidente: come funziona – Le comunicazioni del presidente del Consiglio vengono prima inviate in forma scritta a Camera e Senato. Queste hanno la meglio sulle mozioni di sfiducia già presentate in Parlamento (da Lega verso Conte e dal Pd nei confronti di Salvini), che decadono e non verranno più affrontate. Al termine del discorso di Conte, che illustrerà le sue posizioni, seguono delle risoluzioni su cui si può porre o meno la fiducia. Secondo le indicazioni di alcuni senatori di opposizione, non è detto però che ci sarà un voto: “Il presidente del Consiglio potrebbe semplicemente prendere atto e recarsi al Quirinale per rimettere il mandato”. In questo caso lascerebbe sì, ma senza essere formalmente sfiduciato dal Parlamento. Un dettaglio non secondario: l’assenza del gesto permetterebbe a Conte di muoversi su più fronti in una posizione non completamente indebolita e valutare sia l’incarico bis sia svolgere le ultime pratiche (non da ultimo la nomina del commissario italiano in Ue). Per Lega-Fi-Fdi però, la questione delle comunicazioni è facilmente aggirabile votando in Aula il 14 agosto, dopo le celebrazioni per il ponte Morandi, direttamente la mozione di sfiducia a Conte. Una proposta che però si è rivelata minoritaria nella capigruppo di ieri, che si è appunto rimessa all’Aula.

Il fronte anti-salvini e gli avvicinamenti tra Pd e 5 stelle – Sullo sfondo del voto in Senato di oggi, si aprono intanto vari scenari. Quello che sembrava impensabile fino a due settimane fa, diventa sempre più credibile man mano che passano le ore. C’è un fronte che si sta formando di chi vuole a tutti i costi rallentare i tempi di Matteo Salvini. I 5 stelle hanno una sola preoccupazione: non lasciare troppo spazio a ipotesi di alleanze, ma gestire giorno dopo giorno i passi della crisi e guadagnare tempo. La prima cosa è innanzitutto quella di riuscire a mostrare a tutto il Paese che sono loro quelli che vogliono difendere Conte in Aula. Anche per questo Di Maio ha insistito perché la Lega ritirasse i suoi ministri, così da far vedere all’assemblea e agli elettori che a difendere il governo sono rimasti i 5 stelle. Per il momento però Salvini ha solo minacciato di farlo e, molto probabilmente ci si troverà nella posizione inusuale di un partito che vota contro i suoi stessi ministri. I grillini poi vogliono muoversi per chiedere il taglio dei parlamentari, ovvero la calendarizzazione della legge di riforma costituzionale prevista alla Camera. E’ quello un passaggio che potrebbe spingere le elezioni almeno alla prossima primavera. Ma nel mentre quale governo si delineerebbe? Uno di scopo o di legislatura? Ci sarebbe l’intervento di Mattarella? Si tornerebbe all’ipotesi dei tecnici? E’ molto presto per dirlo.

Nel Pd intanto, nonostante i venti di scissione interni con Matteo Renzi che spinge per l’accordo con i 5 stelle, l’ipotesi di governo è sempre più concreta. Ci si trincera dietro l’attesa per quello che deciderà Mattarella. Ma i segnali sono sempre di più. L’attesa intanto è per la nomina del commissario Ue in quota italiana che spetterà proprio a Conte: se il nome scelto dovesse essere apprezzato anche dal Partito democratico, questo potrebbe aiutare le trattative. “Ragioniamo su una cosa alla volta”, continuano a ripetere fonti interne ai 5 stelle. E’ presto per fare previsioni realistiche e, una volta in Parlamento, tutto può succedere.

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