“Un rimedio peggiore del danno”. I sindacati criticano il decreto Cultura, approvato in via definitiva in Senato pochi giorni fa, che prevede, tra le altre misure, una disciplina speciale per i contratti a tempo determinato nelle fondazioni lirico sinfoniche. “La legge affronta il problema, ma non lo risolve affatto – sostiene Fabio Scurpa, del dipartimento cultura della Slc-Cgil – La situazione spinosa dei precari andava gestita insieme ai sindacati. Avevamo proposto una serie di emendamenti, così com’è è insufficiente per la stabilizzazione dei lavoratori”.

Il decreto 59/2019, ora convertito in legge, all’articolo 1 si concentra sugli enti e le fondazioni liriche, fissando a 36 mesi il tetto massimo per i contratti di lavoro a tempo determinato, a condizione che vi siano esigenze contingenti o temporanee. Non più quindi i 24 previsti in generale dalla normativa vigente. Il ministro per i Beni e le attività culturali, Alberto Bonisoli, ha commentato l’approvazione del decreto come una vittoria per i lavoratori: “Questa legge assicura eguali diritti ai lavoratori dello spettacolo, restituisce dignità a danzatori, orchestrali, fonici e coristi”.

Ma i sindacati sono di tutt’altro avviso: “In pratica, non si fa altro che posticipare di altri dodici mesi il problema – commenta Fabrizio Micarelli, sindacalista Slc-Cigl Lazio – Dopo i 36 mesi si dovrebbe essere assunti, ma non ci sono le condizioni economiche. Perciò i lavoratori o vanno a casa, o nella migliore delle ipotesi vengono assunti da un altro teatro”. Un altro punto critico, per i sindacati, è che nel momento in cui si accerti l’illegittimità dei contratti a termine, il decreto non prevede la trasformazione in contratti a tempo indeterminato, ma solo la possibilità di un indennizzo. Il decreto prevede inoltre una quota di assunzioni a tempo indeterminato (50%) tramite concorso a favore del personale artistico e tecnico precario che abbia prestato servizio nella fondazione negli ultimi otto anni per almeno 18 mesi anche non continuativi. “Prima la quota era fissata al 70% – precisa Micarelli – Abbassando la quota si riducono le possibilità”.

“Anziché risolvere il problema dei precari come sosteneva il ministro Bonisoli, ha finito per aggravarlo ulteriormente – sostiene Fulvio Martis, membro della rappresentanza sindacale unitaria (Rsu) del Teatro dell’Opera di Roma – Non hanno ascoltato le perplessità dei lavoratori sulla bozza, sono andati avanti come treni”. Martis sottolinea che la Commissione europea aveva già avviato una procedura d’infrazione contro l’Italia per l’abuso di contratti a tempo determinato nelle pubbliche amministrazioni e che la legge appena approvata sta proseguendo nella direzione sbagliata: “Stabilisce la mancata conversione del contratto da tempo determinato a tempo indeterminato, introduce il discorso della revisione delle dotazioni organiche ogni tre anni in base ai finanziamenti pubblici, il che è una follia, e, in base all’articolo 9, è anche incostituzionale”. Il caso di Roma è particolarmente difficile, spiega Martis, che da vent’anni lavora come tecnico delle luci al Teatro dell’Opera: “Parliamo di un organico di 631 persone, 470 circa stabili, il resto precari che vanno avanti di rinnovo in rinnovo: ci sono ben 158 vertenze aperte”.

Diversa è la situazione al Teatro Alla Scala di Milano: mentre altre fondazioni hanno difficoltà a reperire i fondi, la Scala ha numerosi sponsor privati e bilanci in ordine. Ma anche al Piermarini c’è preoccupazione sulle conseguenze del decreto, come spiega Giuseppe Veneziano, segretario Uilcom che lavora alla Scala da circa trent’anni: “Spero che il ministro chiarisca cosa si intende per ‘dotazione organica’, a quali parametri è legata e che fine fa la ‘pianta organica’ che abbiamo già approvato. Con le segreterie nazionali avevamo pattuito un certo numero di emendamenti, di cui non si capisce bene cosa sia rimasto nelle versioni finali”, spiega. Poi aggiunge: “Ci sembra che il rimedio sia peggiore del danno: ora non c’è nemmeno la ‘tagliola’ per cui se le Fondazioni sforano poi devono assumere il lavoratore. In parole povere significa che se il lavoratore decide di fare causa può solo ottenere i soldi, e non il reintegro del posto per il quale il teatro lo aveva chiamato più volte”.

Quel che tutte le sigle sindacali chiedono a gran voce è una legge di sistema sugli spettacoli dal vivo in Italia, “settore in cui l’80% dei lavoratori sono precari”, puntualizza Fabio Scurpa. Innanzitutto bisogna sciogliere l’ambiguità e stabilire una volta per tutte se le fondazioni lirico-sinfoniche debbano essere inquadrate nel diritto pubblico o privato. Ma soprattutto, concordano tutti, serve una riforma strutturale del settore. “C’era una legge sullo spettacolo che non si capisce dove sia finita – conclude Giuseppe Veneziano – forse in qualche cassetto insieme al contratto nazionale delle fondazioni liriche, quasi approvato e poi sparito”.

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