Quando lasciò Van der Lubbe davanti al Reichstag, alle 21 del 27 febbraio 1933, nell’aria “c’era odore di bruciato e deboli nuvole di fumo attraversavano le stanze”. Questo racconta Hans-Martin Lennings, ex membro delle Sa, il primo gruppo paramilitare del partito nazista, in una dichiarazione giurata che fece scrivere nel 1955 in forma notarile. Un documento trovato oggi negli archivi del tribunale distrettuale di Hannover che potrebbe riscrivere la storia dell’incendio che Adolf Hitler e i nazisti utilizzarono come pretesto per scavalcare tutti i diritti politici e civili di base. Di fatto, quelle fiamme diedero l’avvio alla repressione dei partiti di opposizione e alla messa al bando del Partito comunista tedesco. L’olandese Marinus van der Lubbe, muratore comunista di 24 anni, fu giustiziato come unico responsabile del rogo. Ma se la testimonianza di Lennings lo scagiona, riprende quota la tesi secondo cui ad appiccare le fiamme furono gli stessi nazisti. Gli storici hanno sempre ritenuto che la gerarchia vicina al Führer potesse essere coinvolta nella vicenda e che Hermann Goering fosse il mandante del rogo.

Il documento, reso noto dalla Redaktionsnetzwerk Deutschland e ricevuto in copia certificata dall’agenzia di stampa tedesca Dpa, è sicuramente autentico, come ha fatto sapere anche il tribunale distrettuale di Hannover dove è stato ritrovato. Lennings, morto nel 1962, aveva deciso sette anni prima di lasciare una dichiarazione giurata in vista di una possibile riapertura del caso. Nel documento, l’ex membro delle Sa spiega che lui e i suoi compagni avevano protestato contro l’arresto di Van der Lubbe “perché, secondo la nostra opinione, Van der Lubbe non avrebbe potuto essere il piromane, poiché il Reichstag era già stato dato alle fiamme quando abbiamo lasciato lì Van der Lubbe”. Lennings racconta di averlo accompagnato in macchina fino al Reichstag e che, una volta arrivati, c’erano già “odore di bruciato e fumo”.

Fatto sta che Van der Lubbe, un operaio dalla vita difficile che aveva tentato senza riuscirci di espatriare nella Russia sovietica ed aveva dei precedenti per aver appiccato dei fuochi, fu giudicato colpevole dal Tribunale di Lipsia e condannato a morte. La sentenza fu eseguita nonostante all’epoca dell’incendio del Reichstag in Germania la pena di morte non fosse in vigore. Morì a 25 anni. Ovviamente, Hitler ed i nazisti colsero la palla al balzo: non a caso l’incendio del Reichstag viene generalmente indicato dagli storici come il consolidamento al potere di Adolf Hitler e l’inizio del Terzo Reich.

Questo non significa però che il mistero del fuoco al Reichstag, dopo oltre 86 anni, sia definitivamente risolto. Un articolo di Sven Felix Kellerhoff su Die Welt, quotidiano conservatore edito da Axel Springer, mette in dubbio non l’autenticità del documento ma le parole di Lennings. I documenti ‘top secret’ del Reich, custoditi a Mosca e resi noto solo ad inizio anni Novanta, raccontano di come Van der Lubbe avesse tentato di dare fuoco a tre edifici diversi: un’azione pensata per portare i lavoratori tedeschi alla rivolta. E di come, il giorno dell’incendio al Reichstag, fosse stato visto mentre comprava quattro pacchi di carbone.

“La tesi di una cospirazione nazista alla fine allevia l’onere per la società tedesca“, si legge nell’articolo pubblicato su Die Welt. Se l’incendio fosse il frutto di una strategia di Hitler per legittimare le sue leggi, “ciò allevierebbe la popolazione di allora dalla sua corresponsabilità“, scrive Kellerhoff. Molti storici negli anni hanno però preso in considerazione l’ipotesi che i nazisti fossero i veri registi del rogo, senza averne una certezza assoluta.

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