Quanti governi esistono in Italia? Almeno tre. Il terzo, quello che fa capo a Giuseppe Conte, che pure è presidente del Consiglio, oggi deve subìre l’umiliazione del suo vice Salvini che, per rendere la pariglia a Di Maio, convoca al Viminale, come fosse una succursale di via Bellerio, quarantatré sigle sindacali e dell’impresa per parlare di economia e di sviluppo.

Ma Salvini fa di più: si presenta al fianco di Armando Siri, cacciato dal governo proprio da Conte per indegnità, in quanto indagato di corruzione. Non fa meraviglia che Salvini volesse affermare, oltre ogni limite della decenza e della cortesia istituzionale, il suo potere. Non fa nemmeno meraviglia che questa enorme scorrettezza non sia sufficiente per provocare una crisi di governo da parte di chi, come Luigi Di Maio, titolare dei ministeri dello Sviluppo e del Lavoro, vede così pesantemente offeso il proprio ruolo. L’odio che nutre l’alleanza di governo non è evidentemente sufficiente a compensare il piacere di gestire il potere.

Scandalizza invece il comportamento dei sindacati che, senza fiatare, si fanno complici di questa scorrettezza. È vero: non sono certo i sindacalisti che scelgono i governanti. Trattano con chi c’è, simpatico o antipatico. Ma c’è modo e c’è luogo per esercitare il potere. Ci sono confini e limiti.

Se l’invito è solo – come purtroppo sembra –  a fare da corredo alla foto di Salvini col suo amichetto indagato, a legittimare il ministro dell’Interno nella funzione di plenipotenziario, e magari a far dimenticare l’oro di Mosca, il sindacato risponde no grazie. Questi sono favori che vengono resi dalle sigle di cartone, dai sindacati di comodo, che, come sa specialmente Landini, sono stati utili proprio a questo governo quando aveva intenzione di umiliare e marginalizzare Cgil Cisl e Uil.

Non stupisce che oggi sia proprio Landini a venire convocato nella funzione di arredo. Stupisce invece che Landini abbia accettato di divenire carta da parati leghista.

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