La notte tra il 13 e il 14 giugno, per la prima volta dopo più di 600 anni, a scandire le ore del campanile della cattedrale di Losanna sono state le donne che si sono date il turno fino a questa mattina. È solo uno degli atti simbolici dello sciopero nazionale delle donne iniziato nella notte e che continuerà nelle prossime ore in tutta la Svizzera, per chiedere gli stessi salari degli uomini.

La prima protesta delle donne svizzere fu nel 1918, quando si unirono al movimento mondiale che chiedeva il diritto di voto alle donne, diritto che in Svizzera venne riconosciuto soltanto nel 1971. Il 14 giugno 1981 venne approvato con un voto federale l’articolo costituzionale sulla parità tra donne e uomini. Dieci anni dopo le donne scesero in piazza per protestare per quella parità mai realizzata. E oggi hanno scelto di tornare in strada per chiedere rispetto e tutele. Lo sciopero generale era stato lanciato il 10 marzo a Bienne, dove più di 500 donne vestite di viola provenienti da tutta la Svizzera avevano letto i 17 punti dell’appello. In sostegno delle donne svizzere sono arrivate delegazioni da tutta Europa legate al movimento di Non una di meno. Un gruppo, composto da alcune delle promotrici dello sciopero femminista dell’8 marzo scorso, è partito anche dall’Italia.

Le donne in piazza oggi chiedono salari più equi, una generale riduzione dell’orario di lavoro per consentire una migliore ripartizione del lavoro retribuito e non retribuito, assicurazioni sociali che garantiscano rendite dignitose, congedi parentali per accudire bambini o parenti malati, annullamento dei costi a carico delle donne costrette a ricorrere all’aborto o che utilizzano metodi contraccettivi, abolizione delle tasse sugli assorbenti.

Lo sciopero del 14 giugno si preannuncia “diversificato e globale” perché si svolgerà sul luogo di lavoro, in casa, nella formazione e nel consumo in generale. “Sarà adattato alle possibilità di ciascuna: fermarsi un momento o per tutto, far disordine invece di riordinare, occupare lo spazio pubblico di giorno e di notte”, si legge nell’appello. La mobilitazione sarà decentralizzata: ad organizzare lo sciopero sono una ventina di collettivi regionali, affiancati da diversi gruppi concentrati su temi specifici.

A Losanna nella notte sono scese in strada circa 500 persone: le donne si sono alternate dalle 23.00 alle 2.00 del mattino per sostituire lo storico guardiano della cattedrale che annuncia l’ora agli abitanti della città. In piazza della Riponne è poi stato acceso un falò, dove sono stati bruciati oggetti simbolici. A Basilea, invece, il logo dello sciopero è stato proiettato sulla torre Roche, il più alto grattacielo della Svizzera.

La protesta continuerà durante la giornata del 14 giugno: tutte le donne della Svizzera sono invitate a smettere di lavorare alle 15.24, quando – secondo le statistiche sul divario salariale tra donne uomini – avranno terminato il tempo di lavoro retribuito su una giornata di 8 ore per cominciare a lavorare gratis. Le manifestazioni principali si svolgeranno a fine giornata nelle maggiori città.

L’ultima protesta del genere risale al 1991, quando mezzo milione di donne scesero in strada per chiedere pari opportunità ed il congedo per la maternità. Il congedo di maternità è oggi sancito dalla legge, ma sul fronte delle retribuzioni, in Svizzera le donne guadagnano in media il 20% in meno degli uomini, sono sottorappresentante nei ruoli dirigenziali ed il sostegno pubblico per la crescita dei figli è molto scarso.

Le disparità salariali e il lavoro di cura non retribuito, inoltre, sono le principali cause del maggiore tasso di povertà fra le donne: secondo i dati della Caritas il 57% delle 616.000 persone povere in Svizzera sono donne e il tasso di povertà è nettamente superiore a quello degli uomini. Secondo l’organizzazione le misure su base volontaria non sono sufficienti per attuare il principio della parità salariale scritto nella Costituzione nel 1981 e vanno quindi adottate regole vincolanti per favorire la parità retributiva e la conciliabilità lavoro-famiglia.

Attualmente una mamma single su quattro dipende dall’assistenza sociale. Le donne sono spesso povere anche in età avanzata: i salari bassi, il lavoro a tempo parziale e le interruzioni dell’attività lavorativa si ripercuotono sulle rendite. Senza regole vincolanti per favorire la parità retributiva “la povertà resta un problema al femminile”, sottolinea la Caritas.