Si chiude il fascicolo d’indagine e si apre un nuovo capitolo per Xylella: l’archiviazione dell’inchiesta leccese, che contava dieci indagati per diffusione colposa di una malattia delle piante, porta a galla inediti, cruciali elementi per inquadrare meglio la complessa vicenda legata alla strage degli ulivi in Puglia. In primis, una nuova datazione: il fenomeno è scoppiato ufficialmente nell’autunno 2013, quando, per una cosiddetta “intuizione” di un docente dell’Università di Bari, si è attribuito il disseccamento al batterio da quarantena Xylella fastidiosa. Invece, “dall’attività svolta è emerso in maniera inconfutabile che la prima datazione degli essiccamenti degli alberi d’olivo nel Salento, con informazione agli organi preposti (studio/ricerca e consorzio agrario), risale agli anni 2004/2006”. Quindi nove anni prima. Questo fa leggere l’intera faccenda sotto una luce nuova: gli interventi fatti da istituzioni, politica e ricerca “si sono dimostrati assolutamente disarticolati, tardivi, caratterizzati da scarsa trasparenza e professionalità e non consoni ad una corretta gestione dell’emergenza”. Lo scrive il gip del Tribunale di Lecce, Alcide Maritati, accogliendo la richiesta di archiviazione avanzata dalle pm Valeria Mignone e Roberta Licci.

L’archiviazione e le accuse di omertà
A quattro anni dal suo avvio, l’inchiesta si chiude per un motivo ben preciso: non è possibile dimostrare il nesso causale tra la fitopatia e le condotte tenute dai dieci indagati. Si fa riferimento allo stesso principio seguito per i casi di colpa medica e cioè alla necessità di dimostrare con certezza o elevatissima probabilità che l’evento derivi dai comportamenti tenuti e che si sarebbe pure potuto prevenire, seguendo le procedure adottate per legge. Questo alla luce del fatto che “ancora oggi non vi è chiarezza scientifica né sulla piena conoscenza del fenomeno naturale né sulle sue cause e, tanto meno, sui rimedi”. Inoltre, “se è vero – come è vero – che dalle indagini si è potuto accertare che alcuni degli indagati abbiano, in maniera non conforme alle disposizioni che regolano la materia, importato ceppi di Xylella dall’estero (ai fini di studio e di sperimentazione scientifica) e ne abbiano fatto oggetto di studi e, verosimilmente, di sperimentazione in campo, è impossibile dimostrare che tali illegittime condotte (che risalirebbero all’estate/autunno 2010) siano all’origine della diffusione del batterio”, che, appunto, probabilmente era già presente sul territorio da almeno sei anni.

Un sospiro di sollievo per Antonio Guario e Silvio Schito, rispettivamente ex ed attuale dirigente dell’Osservatorio fitosanitario regionale; Giuseppe D’Onghia, dirigente del servizio regionale Agricoltura; Giuseppe Blasi, capo del dipartimento delle Politiche europee internazionali e delle sviluppo rurale del Servizio fitosanitario centrale; Vito Savino, docente universitario e direttore del centro di ricerca Basile Caramia di Locorotondo; Franco Nigro, docente di Patologia vegetale dell’Università di Bari; Donato Boscia, responsabile della sede operativa di Bari dell’Istituto per la protezione sostenibile delle piante del Cnr; Maria Saponari, ricercatrice del Cnr; Franco Valentini, ricercatore dello Iam; Giuseppe Silletti, generale dei carabinieri della Forestale e allora commissario per l’emergenza. Tuttavia, la Procura, le cui conclusioni vengono “integralmente” condivise dal gip, batte il suo colpo di coda: parla di accertamenti risultati particolarmente complessi e “ritardati dalle reticenze, omertà e falsità anche documentali registratesi nel corso dell’attività investigativa”.

Una parte dell’inchiesta si sposta a Bari
A Lecce l’inchiesta è stata archiviata “nonostante i molteplici aspetti di irregolarità, pressapochismo, negligenza”, scrive il gip. Poi, ci sono i “reati di falso ascrivibili agli indagati e/o agli enti ed organismi da loro rappresentati”. Per questi la palla passa alla Procura di Bari: si tratta, in particolare, delle comunicazioni effettuate dall’Osservatorio Fitosanitario regionale nell’ottobre del 2013 e nelle quali si è dato ufficialmente atto del rinvenimento, per la prima volta in Italia, di Xylella, ciò che secondo i pm salentini, come detto, risale a diversi anni prima. Inoltre, ci sono le paventate irregolarità nella gestione di finanziamenti pubblici e le presunte falsificazioni documentali presso lo Iam di Valenzano, istituto che gode di immunità giurisdizionale estesa al suo personale. Tra i casi riportati c’è quello di una funzionaria dello Iam che, dopo aver rilasciato alla polizia giudiziaria una dichiarazione per acconsentire all’acquisizione di documenti, ha strappato quel documento tra le lacrime poiché avrebbe ricevuto pressioni dai suoi superiori.

Di Xylella si parlava già nove anni prima
“Io sono ispettore fitosanitario dal 2004 e in occasione di uno dei primi corsi di aggiornamento organizzati da Guario venimmo da lui informati del problema della Xylella che si stava già cominciando ad espandere nel Salento. Ciò è avvenuto nell’anno 2005/2006, di tale dato sono certo”. Le dichiarazioni dal “contenuto dirompente rispetto alla situazione prospettata nelle comunicazioni ufficiali” sono di un ispettore fitosanitario della Regione, in servizio nella provincia di Brindisi. Ha aggiunto: “Guario avanzò l’ipotesi che (il batterio) potesse essere arrivato dal Costarica tramite qualche pianta ornamentale, ciò sulla base di analisi che avevano già fatto. […] So per certo che Guario sin dall’inizio disse che ci sarebbe stato da combattere nel senso che non ci sarebbe stata alcuna volontà politica di affrontare la questione perché l’unica soluzione prospettabile, ovvero l’espianto delle piante malate, sarebbe stata una decisione impopolare dal punto di vista politico”. Alla luce di ciò, si spiegherebbero anche i convegni svolti in Italia su Xylella prima dell’ottobre 2013 e i progetti di ricerca finanziati con centinaia di migliaia di euro per il vivaismo olivicolo.

Ma c’è di più: è datata 21 settembre 2013 la prima pubblicazione ufficiale sul ritrovamento del batterio nel Salento. Lì si dà conto di pregressi studi su Xylella, sebbene Maria Saponari, una delle ricercatrici che lo ha firmato ed è poi stata indagata, abbia riferito agli inquirenti che i primer per rilevare il batterio siano arrivati al Cnr, come “primo ordine in assoluto”, il 24 settembre 2013. Cioè tre giorni dopo. Perché, dunque, si è atteso per ufficializzare la presenza del patogeno, comunicata dai ricercatori all’Osservatorio fitosanitario solo il 10 ottobre 2013? Secondo la Procura, per far sì che i laboratori che fino a quel momento avevano studiato Xylella si munissero nel frattempo dell’accreditamento necessario alla manipolazione del batterio, patente che non avevano prima.

Le “omertà” sui campi sperimentali di pesticidi Basf e Monsanto
“Omertà insuperabili e insuperate” avrebbero anche ostacolato le indagini sui campi sperimentali su cui sono stati testati prodotti fitosanitari, il cui impiego era stato vietato sull’olivo. Non una cosa da poco: quelle prove, condotte da ricercatori dell’Università di Bari coadiuvati da personale del Consorzio di Bonifica Ugento Li Foggi, sono state avviate tra il 2010 e il 2011 per fronteggiare la “lebbra dell’olivo” e hanno portato al rilascio di due distinte autorizzazioni eccezionali da parte del Ministero della Salute per il prodotto Insignia della Basf, poi distribuito nel Salento in grandi quantitativi fino all’agosto 2013. Né Asl né Regione hanno mai fornito informazioni sufficienti, pure richieste, per capire chi erano i proponenti delle sperimentazioni, quali i motivi e quale la localizzazione dei campi. “Nello stesso senso – annotano i pm – sono da considerare i cosiddetti campi sperimentali effettuati dalla Monsanto Italia Crop Protection (che, come accertato nella fase delle indagini, ha rilevanti cointeressenze commerciali con la Basf proprio nello specifico settore dell’olivicoltura) per testare il prodotto rilanciato nel 2013 dal nome Roundop Platinum”. Per i magistrati, l’uso massiccio di prodotti classificati come nocivi e pericolosi per l’ambiente potrebbe aver causato, assieme ad altri fattori tra cui l’abbandono, “un drastico abbassamento delle difese immunitarie” degli alberi.

La “sciatteria” della ricerca e gli interessi economici
Nel decreto di archiviazione sono riportate conversazioni riservate tra gli indagati, in particolare ricercatori e dirigenti dell’Osservatorio fitosanitario regionale. Dal loro scambio di mail emerge quella che la Procura definisce come “incredibile sciatteria” nelle operazioni di campionamento dei materiali su cui effettuare le analisi per provare la presenza del batterio.
Viene a galla anche altro: la “preponderanza dell’interesse economico – ovvero la prospettiva di ottenere finanziamenti a beneficio esclusivo dell’Università di Bari – rispetto alla finalità della ricerca scientifica”. Questo “secondo fine” – scrivono gli inquirenti – ha “chiaramente condizionato l’approccio degli indagati alla questione sin dalle primissime battute, e ciò anche a discapito della trasparenza della ricerca scientifica”.

La Procura annota anche che dalle mail trovate sui computer sequestrati “traspare una costante e quasi imbarazzante attenzione ai riflessi in tema di notorietà sul piano scientifico e alle prospettive economiche della gestione del fenomeno, poi avvenuta in regime di sostanziale monopolio da parte dell’Università di Bari e dei laboratori ad essa collegati. Si giunge persino a studiare e proporre bozze della normativa in materia di Xylella, bozze nelle quali viene specificato anche l’importo dei finanziamenti da destinare in modo esclusivo alla ricerca condotta dall’Università di Bari”.

La “speculazione” per giustificare l’inerzia
Alla luce di tutto ciò, i magistrati leccesi bollano come inadeguate le misure adottate nel tempo per affrontare il problema Xylella, “mero strumento di ottemperanza formale alle disposizioni imposte a livello comunitario senza una effettiva presa in carico del problema”. Per giustificare l’immobilismo in corso da un decennio sarebbe stato strumentalizzato, a loro avviso, anche il sequestro preventivo di tutti gli ulivi che dovevano essere abbattuti, finiti sotto chiave nel dicembre 2015. Quel provvedimento sarebbe stato oggetto di “speculazioni”, volte ad utilizzarlo come “scudo dell’inerzia nella gestione della questione” in capo alle istituzioni regionali e statali.

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