L’Italia non è un Paese per mamme. A dirlo è il rapporto “Le equilibriste. La maternità in Italia” presentato da Save The Children. La fotografia che ne esce è a tinte fosche: diminuisce il tasso di fecondità, si hanno figli sempre più tardi e la conciliazione tra la vita professionale e quella famigliare è sempre più complicata. Non solo. All’Italia va la maglia nera anche per la parità di genere (il nostro Paese si attesta al 70esimo posto nel 2018 rispetto al 41esimo del 2015) e la rappresentanza politica: l’Italia è tra i pochi Paesi europei a non aver mai avuto una donna premier, né una donna ministro dell’economia, né presidente della Repubblica.

La ricerca di Save the Children esamina in primis la questione demografica. In un Paese in cui la natalità ha toccato un nuovo record negativo -449mila nascite nel 2018, 9mila in meno rispetto all’anno precedente – registrando la nona diminuzione consecutiva dal 2008, le mamme italiane hanno pochi figli, con un numero medio per donna pari oggi a 1,32, ben lontano dai 2,38 del 1970. L’area più prolifica del Paese è il Trentino Alto Adige mentre all’opposto emerge la Sardegna con 1,06. un nuovo record negativo – 449mila nascite nel 2018, 9mila in meno rispetto all’anno precedente

Anche in questo ambito, l’Italia è spaccata in due. Secondo l’Indice delle Madri, elaborato dall’Istat per Save the Children, che identifica le Regioni in cui la condizione delle madri è peggiore o migliore sulla base di 11 indicatori rispetto a tre diverse dimensioni (della cura, del lavoro e dei servizi), le Province autonome di Bolzano e Trento conservano negli anni i primi posti della classifica, seguite da Lombardia (3° posto, dall’8° dell’anno scorso), Valle D’Aosta (4°), Emilia Romagna (5°) e Friuli-Venezia Giulia (6°).

Tra le regioni del Mezzogiorno fanalino di coda della classifica, la Calabria risulta quella dove è più complicato essere madri e perde due posizioni rispetto al 2017, preceduta da Sicilia (20° posto), Campania (che pur attestandosi al 19° posto guadagna due posizioni rispetto al 2017), Basilicata (18°) e Puglia (17°). L’indice mostra sempre valori sotto 90 per le regioni del Mezzogiorno e, complice la persistente crisi economica, registra un ulteriore progressivo peggioramento in particolare rispetto all’offerta di servizi all’infanzia e all’occupazione femminile, evidenziando quindi la necessità di un impegno politico più forte in questa parte del Paese finalizzato a colmare le diseguaglianze.

In totale l’Italia ha un tasso di fecondità inferiore alla media europea che si attesta a 1,59. Si fanno meno figli e si partoriscono sempre più tardi. L’età media al parto è ormai giunta a 31,9 anni. Un dato che ci pone in cima alla classifica dei 28 Paesi europei seguiti da Spagna, Lussemburgo, Grecia e Irlanda. Il Paese con le mamme più giovani è, invece, la Bulgaria con un’età media di 26,1 anni. Altro primato che detiene il nostro Paese è quello delle madri che partoriscono il primo figlio a 40 anni. Crescono anche le madri di figli unici, aumentano le famiglie ma diminuiscono i componenti. Contemporaneamente si registra un aumento delle persone che vivono da sole che da poco più di una su cinque sono ormai quasi una su tre mentre sono diminuite le famiglie numerose. Altra fotografia: le coppie con figli rappresentano nella media del 2016-17 il 34% del totale delle famiglie; le coppie senza figli il 20,5% mentre i monogenitori si attestano al 10%.

Il rapporto presentato da Save The Children indaga anche sul rapporto tra le “equilibriste” e il mondo del lavoro. Dall’Osservatorio Statistico dei Consulenti del lavoro emerge che negli ultimi dieci anni, i lavoratori part-time che vorrebbero lavorare a tempo pieno sono più che raddoppiati passando da un milione 195 mila occupati in part-time involontario del 2007 ai 2,6 milioni del 2017 di cui un milione e 770mila sono donne. Il 40,9% delle donne con almeno un figlio fa ricorso al part-time e la cifra arriva al 43,7% per le donne con tre o più figli. L’Osservatorio ha stimato in 433 mila, nel 2017, il numero di madri che potrebbero cambiare la propria posizione nel mercato del lavoro se fossero sostenute da servizi adeguati. Sul totale complessivo delle madri non occupate o sottoccupate a causa dell’inadeguatezza dei servizi di cura, l’88% lamenta la carenza dei servizi per l’infanzia.

Un altro dato dolente riguarda le risoluzioni consensuali dei rapporti di lavoro: quasi 8 su 10 hanno riguardato le lavoratrici madri. Un altro dato che fa capire quanto sia complessa per le donne la conciliazione tra lavoro famigliare e professionale riguarda la quota del tempo dedicato al lavoro domestico e di cura non retribuito: le donne dedicano a queste funzioni una quantità di tempo di circa 2,6 volte superiore a quella degli uomini. Infine il rapporto dedica un focus alle mamme straniere: le donne rappresentano il 52% del totale ovvero l’8,6% della popolazione femminile complessiva. Nel 2018 sono stati quasi 1.800.000 i permessi di soggiorno rilasciati alle donne con cittadinanza non italiana. Albania, Marocco e Ucraina sono in cima alla classifica delle donne con cittadinanza extra Ue residenti in Italia. Il tasso di femminilizzazione che è in media di 49,9 straniere ogni 100 stranieri varia per le diverse cittadinanze. Per esempio è il massimo per la comunità ucraina. Da notare, infine, che anche per le donne straniere cala il tasso di fecondità.

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