Tenuta militare, sguardo serio e deciso, Nicolas Maduro si è presentato così alla folla, in diretta Twitter, all’alba del quarto giorno di tensione tra il governo e i ribelli guidati da Juan Guaidò per annunciare una marcia militare insieme agli ufficiali dell’esercito. “Le forze armate devono mostrarsi unite davanti al popolo e al mondo, devono dare una storica lezione“, ha dichiarato il presidente venezuelano affiancato dal ministro della Difesa. E in serata un tribunale venezuelano ha ordinato al servizio di intelligence Sebin l’arresto dell’esponente dell’opposizione Leopoldo Lopez, accusandolo di aver violato i termini della custodia domiciliare. Lopez era apparso al fianco dell’autoproclamato presidente ad interim Juan Guaidò ed aveva sostenuto di essere stato liberato dagli arresti domiciliari da un gruppo di militari suoi sostenitori.

Dalla base di Forte Tiuna, sollevato dall’insuccesso momentaneo della rivolta dei ribelli al regime, Maduro decide di rilanciare e mostrare i muscoli al popolo venezuelano e al mondo intero: “Stiamo combattendo per la nostra dignità, per il diritto all’esistenza della nostra Repubblica. Soldati della patria, è arrivata l’ora di combattere, di dare un esempio alla storia e al mondo. È il momento di dire che ci sono forze armate leali, coese, unite come mai prima per sconfiggere il tentativo di golpe. Davanti al mondo e davanti al popolo la nostra Fuerza Armada Nacional Bolivariana deve dare una storica lezione ai traditori golpisti”.

Intanto monsignor Mario del Valle Moronta, vescovo della diocesi di San Cristobal, ha denunciato un’irruzione in una chiesa durante la messa da parte di una quarantina di militari della Guardia Nazionale, che hanno anche lanciato lacrimogeni tra i fedeli. “Questo pomeriggio un’orda di uomini della Guardia Nazionale Bolivariana (GNB) ha attaccato la chiesa di Nostra Signora De Fatima nel quartiere Sucre, a San Cristobal”, ha detto il prelato secondo quanto riporta l’agenzia Fides, riportando la testimonianza del parroco, padre Jairo Clavijo.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ancora una volta sottolineato che “la brutale repressione del popolo del Venezuela deve finire” e ribadito che sulla questione venezuelana sono “aperte molte opzioni”, compresa quella militare. Il Capo della Casa Bianca assicura che i vertici di Washington “seguono da vicino” la “terribile” situazione in Venezuela e “stanno facendo tutto il possibile” per arrivare a una soluzione che favorisca la fine dell’attuale presidenza. Il consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton, ha dichiarato che “c’era un accordo dietro le quinte. Uomini chiave del regime avrebbero dovuto disertare“. Parole che confermerebbero le indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal secondo cui nelle settimane passate ci sarebbero stati diversi incontri tra membri di alto rango del regime e gli oppositori per rovesciare il presidente. Il quotidiano ha scritto che a questi meeting hanno partecipato, tra gli altri, anche Vladimir Padrino Lopez, il ministro della Difesa che dall’inizio degli scontri viaggia a fianco del presidente, il capo della Corte suprema, Maikel Moreno, e il generale Iván Rafael Hernández, capo della guardia presidenziale e responsabile dei servizi di intelligence militare. Nomi che sono stati citati anche dallo stesso Bolton.

Mosca, intanto, smentisce la versione fatta circolare nelle ore scorse dal segretario di Stato, Mike Pompeo, che aveva raccontato di un Maduro già pronto a salire su un aereo che lo avrebbe portato fuori dal Paese, trattenuto solo dall’intervento della Russia. Il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, ha risposto: “A tutte le dichiarazioni di questo tipo la risposta è una sola: non è vero“. Il membro del governo ha poi specificato che, seppur le posizioni di Mosca e Washington sul dossier venezuelano siano “incompatibili”, il Cremlino è comunque disponibile al dialogo: “Abbiamo concordato – ha affermato – di continuare i contatti anche sul Venezuela, ma non vedo come possano essere compatibili le posizioni. Da un lato le nostre, che si basano sullo Statuto Onu e sui principi del diritto internazionale, e dall’altra la posizione degli Stati Uniti, i quali da Washington nominano un presidente ad interim di un altro Paese”.

L’oppositore Leopoldo Lopez, liberato proprio dai militari ribelli nel primo giorno di scontri, si è rifugiato dentro l’ambasciata spagnola a Caracas per paura di essere arrestato, mentre Guaidò rimane asserragliato all’interno della base militare di La Carlota, alle porte della città, anche lui a rischio arresto: “Non ci fermeremo fino a quando non avremo completato la liberazione“, ha ribadito più volte. Su questo ha spinto Maduro nei suoi messaggi durante il comizio del Primo Maggio: “Contro il tradimento si è imposta la lealtà, quelli pensavano che avrebbero riunito migliaia di persone e ora si rifugiano nelle ambasciate. Codardi, golpisti, criminali”.

Intanto, sale a quattro il numero delle vittime degli scontri, secondo quanti riferito dall’Osservatorio venezuelano di conflittualità sociale (Ovcs): dopo la 27enne Jurubith Betzabeth Rausseo García, morta ieri dopo essere stata raggiunta da un proiettile durante le proteste, a perdere la vita nella giornata di giovedì sono due minorenni di 14 e 16 anni. “Piangiamo la morte dell’adolescente Yosner Graterol (16 anni). È stato ferito con un proiettile durante la manifestazione a Victoria, nello stato di Aragua, il 30 aprile 2019″, ha scritto su Twitter l’ong venezuelana, che poco dopo, in un altro messaggio sul social, ha “confermato la morte di un altro adolescente, Yoifre Hernández Vásquez (14 anni), ferito da un proiettile ieri, 1 maggio, durante una manifestazione ad Altamira” . “Questo deve finire e gli assassini dovranno farsi carico dei loro crimini – ha twittato il leader delle rivolte – Mi giocherò la vita per far sì che sia così”.

In un clima da nuova Guerra Fredda, con la Russia che minaccia “conseguenze gravi” in caso di ingerenza americana e gli Usa che, invece, lasciano aperte le porte a qualsiasi soluzione, Trump è tornato a ripetere: “Noi stiamo facendo tutto quello che possiamo, salvo, sapete, l’azione massima (l’intervento militare, ndr). Ci sono molte persone che vorrebbero che lo facessimo – ha aggiunto – Alcune di queste (opzioni che stiamo valutando) non voglio neanche nominarle perché sono molto severe”. Più diretto e severo Pompeo che ieri ha detto che l’opzione militare “è possibile. Se necessario è quello che faranno gli Stati Uniti, anche se preferirebbero una transizione pacifica“.

La “Operación Libertad” lanciata da Guaidò, però, sembra dover attendere. Maduro è riuscito a tenere uniti al suo fianco gran parte dei militari del Paese, mentre Mosca si è messa di traverso alle ambizioni dell’autoproclamato presidente ad interim e della parte di comunità internazionale che vorrebbe veder cadere l’erede di Hugo Chávez, godendo anche della presenza di un centinaio di militari sul posto, anche se “non adatti al combattimento”, secondo quanto riferito dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. “È un caos incredibile – ha continuato Trump – la situazione è così brutta e pericolosa che qualcosa deve essere fatto. Molte cose verranno affrontate la prossima settimana e anche prima, vedremo quello che succede”.

Intanto, Maduro continua a puntare il dito contro gli Stati Uniti, accusati di essere i burattinai dietro alla rivolta dei pro-Guaidò e di aver guidato “il tentativo di golpe” iniziato lunedì:”Oggi abbiamo ricevuto molte informazioni, sin dall’inizio c’è stato ‘l’ingannatore’ di Trump, John Bolton, a coordinare il colpo di stato”. Le parole pronunciate mercoledì dal consigliere per la sicurezza nazionale testimoniano che gli Usa hanno raccolto informazioni dettagliate su come si sono sviluppati i fatti: “C’era un accordo dietro le quinte — ha detto — Uomini chiave del regime avrebbero dovuto disertare, spianando la strada alla caduta di Maduro”. Solo all’ultimo momento, spiegano le fonti statunitensi, i militari non se la sono sentita di rivoltarsi contro il presidente Maduro e hanno così vanificato il buon esito dell’operazione.

Dichiarato sventato il tentativo di colpo di stato, Nicolas Maduro ha convocato una “giornata di dialogo nazionale” per ascoltare proposte per cambiamenti all’interno del suo governo: “Convoco una grande giornata di dialogo nazionale, di azioni e di proposta da parte del potere popolare per dire al governo bolivariano e a Maduro cosa si deve cambiare”, ha detto il presidente venezuelano, che poi ha spiegato che la discussione avverrà questo fine settimana nell’ambito del Congreso Bolivariano de los Pueblos. La risposta di Guaidò, sempre affidata ai social, non ha tardato ad arrivare: “Di fronte all’avanzare dell’’Operazione Libertà’ il regime codardo cerca di dimostrare con una repressione focalizzata un controllo che non ha più”.

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