La prima udienza del processo d’appello per la Trattativa tra Stato e mafia comincia con la rinuncia dell’imputato Massimo Ciancimino. Il suo legale Roberto D’Agostino ha annunciato alla Corte d’assise d’appello di Palermo presieduta da Angelo Pellino che il superteste figlio dell’ex sindaco mafioso ha avuto un ictus cerebrale e non sarebbe in grado di partecipare coscientemente al processo. Un certificato medico del carcere attesta però che Ciancimino “è lucido“. Nonostante questo, la difesa ha chiesto una perizia.

Inizia con questo giallo il processo d’appello, un anno dopo la storica sentenza che ha sancito come la Trattativa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato c’è stata, che ad averla fatta sono stati i boss mafiosi, tre alti ufficiali dei carabinieri e il fondatore di Forza ItaliaMarcello Dell’Utri. L’uomo che secondo la corte d’assise di Palermo faceva da tramite nei pagamenti di Silvio Berlusconi a Cosa Nostra, “proseguiti almeno fino al dicembre 1994”, come si legge nelle motivazioni della sentenza che ha condannato ha condannato l’ex senatore a dodici anni di carcere.

“Ciancimino – dice il legale D’Agostino – si trova ricoverato presso il centro clinico di Regina Coeli e negli ultimi giorni la patologia è andata progredendo, tanto è vero che Ciancimino è caduto perdendo più volte orientamento e ha avuto problemi gravi legati all’eloquio e al suo stato di capacità di rendersi conto della situazione in cui si trova. Ha un emiparesi sul lato sinistra”. Per  il medico legale del Dap invece “è lucido”. Per questo la difesa chiede “ulteriori accertamenti“. Il Presidente Angelo Pellino si è riservato di pronunciarsi sull’istanza.

Il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno, condannati in primo grado rispettivamente a 12 e a 8 anni, sono quindi gli unici imputati presenti in aula alla prima udienza del processo d’appello. Assente l’ex capo del Ros Antonio Subranni, anche lui condannato a 12 anni, Ciancimino e Marcello Dell’Utri, entrambi detenuti ed entrambi rinunzianti a partecipare, i boss Leoluca Bagarella (28 anni) e Antonino Cinà (12), collegati in videoconferenza dal carcere e il pentito Giovanni Brusca, anche lui collegato dal sito riservato in cui sconta la pena. Gli imputati, tranne Brusca per cui fu dichiarata la prescrizione, sono stati condannati per minaccia a Corpo politico dello Stato. Ciancimino, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia ai danni dell’ex capo della polizia Gianni de Gennaro, è stato condannato solo per il secondo reato.

“Può accadere che la riscrittura di un pezzo di storia possa essere l’effetto di un processo”
“Qualcuno ha detto che non si può riscrivere la storia guardandola da buco della serratura del processo penale, metafora non felice che esprime una verità condivisibile, quasi banale, se con questo si vuole significare che la complessità dei fatti non si può comprimere nella gabbia del paradigma giudiziario, ma può accadere che la riscrittura di un pezzo di storia di un Paese possa essere un effetto inevitabile dei temi trattati e del lavoro di tutte le parti processuali che hanno concorso a scavare nei fatti“. Inizia con questa premessa la relazione introduttiva del presidente della corte d’assise d’appello Angelo Pellino.

“Se e quando questo effetto si verifichi non deve essere però cercato, perché lo scopo del processo d’appello è verificare la tenuta della decisione di primo grado sotto la lente di ingrandimento dei motivi d’appello. Gli imputati sono persone che saranno giudicate per ciò che hanno o non hanno fatto. Questo è l’impegno della corte. Mi sento di rassicurare le parti: la discussione sarà all’altezza del valore di chi interverrà e sarà un serrato confronto sulle dense questioni tecnico-giuridiche e sulle controverse questioni relative all’accertamento probatorio”, ha concluso il presidente. Pellino ha ricordato che il processo di primo grado ha impiegato 1.250 ore e 228 udienze. L’accusa è sostenuta dai pg Sergio Barbiera e Giuseppe Fici.

Inammissibile l’appello del legale di Totò Riina
La corte d’assise ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal legale del boss Totò Riina, imputato di minaccia a Corpo politico dello Stato. Il capomafia è morto prima della sentenza di primo grado, pertanto nei suoi confronti i giudici avevano dichiarato l’estinzione del reato per morte del reo. L’avvocato, però, aveva impugnato il verdetto chiedendo l’assoluzione del suo cliente nel merito. Impugnazione dichiarata appunto inammissibile.