“Il male della Liguria è noto. La diagnosi l’hanno fatta tutti, ma nessun politico si è preso la briga di provare a curarlo. Anzi, si approvano leggi, come questa, che rischiano di aggravarlo ancora”. Alfonso Bellini è forse il maggior conoscitore del dissesto idrogeologico della regione. Ottantun anni, per quasi quaranta docente di geologia della Liguria all’università di Genova, dopo la pensione si è dedicato a tempo pieno all’attività di perito forense. Come consulente della procura ha partecipato a tutti e tre i processi per le grandi alluvioni genovesi degli ultimi anni: quella del 2010 a Sestri Ponente, quella del 2011 che causò sei morti – e per cui si attende il giudizio di Cassazione, con l’ex sindaco Marta Vincenzi condannata in secondo grado a 5 anni, ma in attesa di rideterminazione della pena dopo la decisione della Cassazione – e la più recente, quella del 2014, che uccise un uomo di 57 anni.

Professor Bellini, sentiamo sempre dire che la Liguria è un territorio fragile. Ma cosa significa?
“Larga parte della regione è potenzialmente franabile. E di frane, anche in tempi recenti, ne abbiamo viste tante: quella del 2012 lungo la Via dell’amore, tra Riomaggiore e Manarola, che ferì in modo serio quattro turiste. Sono passati sette anni e quella strada è ancora chiusa. O l’ultimo caso, la frana di fine ottobre che ha interrotto la strada per Portofino: lì si è intervenuti più in fretta, ma sempre quando il danno era già accaduto. E dire che sono rischi tutt’altro che sconosciuti, descritti da piani regolatori, di bacino e di protezione civile. Poi ci sono i rivi e i torrenti, costretti in percorsi strettissimi, tombinati dalla cementificazione selvaggia. Ed è ciò che ha causato i disastri di Genova”.

La legge regionale appena approvata cancella 540 ettari di parco e 42 aree protette. Rischia di aggravare ancora il quadro?
“Partiamo da una premessa: le aree protette non sono la panacea di tutti i mali. La frana sulla Via dell’amore, di cui parlavo prima, ha interessato un parco nazionale, cioè l’area più protetta di tutte. Di sicuro però un territorio sottoposto a tutela, almeno in teoria, dà qualche garanzia in più. Almeno si elimina il rischio che qualche sindaco impazzisca e decida di lottizzare tutto. Pensiamo a cosa sarebbe oggi il promontorio di Portofino se non l’avessero trasformato in parco nel 1936. Si può immaginare facilmente: guardando il promontorio da Genova si vedono tantissime costruzioni fino a un certo punto, poi più nulla. Ecco, se non fosse diventato un parco, adesso sarebbe una colata di cemento”.

Perché allora questa scelta? Dalle dichiarazioni sembra che l’obiettivo sia ripopolare i borghi dell’entroterra.
“Se è così è la strada sbagliata. Non si è mai visto che la presenza di un parco sia di ostacolo allo sviluppo del territorio, anzi: se sfruttata bene, può essere un’opportunità decisiva. Pensiamo alla zona del monte Beigua, tra Genova e Savona. Prima che diventasse parco non ci andava nessuno, era desolante. Ora è una delle riserve più conosciute della Liguria. Senza contare che gli ettari di area protetta cancellati erano riconosciuti degni di tutela da più di vent’anni: mi sembra assurdo, con un tratto di penna, decidere da un giorno all’altro che non lo siano più”.

Il provvedimento mette la parola anche fine al progetto di realizzare un nuovo parco nella zona di Finale, di cui si parlava da più di trent’anni.
“Ed è un peccato, perché anche quella è un’area che sarebbe meritevole di maggiori investimenti. Pensiamo all’altopiano delle Manie, notoriamente a rischio dissesto. Ma in quel caso credo abbia giocato un ruolo anche l’opposizione degli abitanti, che troppo spesso vedono l’istituzione di un parco come un limite, e non come un’opportunità”.

Come mai in Liguria è così difficile fare prevenzione?
“Perché al di fuori dell’emergenza il problema non interessa a nessuno, semplicemente si smette di parlarne. Dal 2014 in poi, quante volte ha sentito discutere di dissesto idrogeologico? Hanno realizzato lo scolmatore del rio Fereggiano, certo, ma quello servirà a un quartiere solo. Siamo bravissimi a reagire alle emergenze, in modo addirittura eroico, siamo molto meno bravi ad evitare che accadano. Quando se ne parla, il mantra è che “non ci sono i soldi”. Nel 2016, però, quando ad Arenzano è caduta una frana che ha interrotto l’Aurelia per sei mesi (anche quella ampiamente prevedibile) in una settimana si è tirato fuori un milione di euro”.

Sta dicendo che genovesi e liguri devono temere nuovi disastri?
“Secondo gli ultimi studi ci sono 100mila abitanti di Genova a rischio esondazioni. Uno su sei. E la nuova giunta, oltre ad aver congelato il Piano di protezione civile portato avanti dalla precedente, non ha nemmeno un assessorato alla Protezione civile. Le sembra normale?”.

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