L’IA cambierà il 100% dei posti di lavoro entro i prossimi 5-10 anni“, ne è convinta Ginni Rometty, CEO e presidente di IBM. L’argomento è stato al centro del suo intervento alla conferenza At Work Talent & HR: Building the Workforce of the Future Conference organizzata a New York dalla CNBC. Il messaggio è chiaro, e non dev’essere necessariamente interpretato in maniera negativa: la quarta rivoluzione industriale è in corso e si preannuncia come una delle sfide e delle opportunità più significative della nostra vita. Stiamo già vedendo lavori, politiche, industrie e intere economie che si modificano man mano che il mondo digitale e quello fisico si fondono.

Ginni Rometty, foto di Asa Mathat / Fortune Live Media

 

Come per le precedenti rivoluzioni industriali, il cambiamento coinvolge tutti, lavoratori e datori di lavoro in di tutte le estrazioni sociali. L’altra analogia è che costituisce un’opportunità per migliorare la società e farla crescere. Che cosa si aspetta Ginni Rommety? “un’imminente e profonda trasformazione della forza lavoro nei prossimi 5-10 anni” e un cambiamento profondo per le aziende di tutti i settori, dovuto ai nuovi strumenti di analisi e alle intelligenze artificiali. Secondo il numero uno di IBM, scomparirà solo una minoranza di posti di lavoro. La maggior parte dei ruoli che rimarranno richiederanno alle persone di lavorare con l’aiuto di una qualche forma di Intelligenza Artificiale, e ciò richiederà una formazione professionale su larga scala.

Per avere una proporzione, stando a quanto emerso in occasione del World Economic Forum, il valore combinato della trasformazione digitale tra le industrie potrebbe superare i 100 trilioni di dollari nei prossimi 10 anni.

A questo punto bisogna concentrarsi sulla formazione professionale. Rometty non ha messo casualmente l’accento su questo punto, l’ha fatto perché oggi è troppo ampio il divario tra le abilità dell’Intelligenza Artificiale e il mondo del lavoro. Per far comprendere che cosa intende, Rometty fa un esempio relativo al mercato americano, che probabilmente non collima con la situazione italiana, ma rende bene l’idea. Il settore tecnologico rappresenta il 10% del PIL degli Stati Uniti ed è la parte in maggiore crescita dell’economia statunitense. Negli stessi USA tuttavia non ci sono abbastanza lavoratori qualificati per riempire i 500.000 posti di lavoro disponibili nel settore. Perché? Perché scuole e università non si sono mosse abbastanza velocemente per adeguare l’istruzione alle necessità del Paese.

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“Per prepararsi al cambiamento, le aziende devono concentrarsi su tre cose: riqualificazione [dei dipendenti], assunzione di lavoratori che non abbiano necessariamente un diploma di laurea magistrale, e valutazione di come i nuovi assunti possano adattarsi a nuovi ruoli di lavoro”, ha detto Rometty.

IBM chiude il cerchio spiegando che sta investendo un miliardo di dollari nell’apprendistato per formare lavoratori con competenze tecnologiche, senza bisogno di una laurea magistrale. Lavoratori che potrebbero essere impiegati in maniera versatile, supportati dai giusti strumenti (ossia le Intelligenze Artificiali). È qui che si apre il capitolo delle opportunità di cui si parlava all’inizio: un mercato del lavoro in cui la caccia al talento non è più fondata sul “self-service” all’uscita dalle università, ma sull’impiego degli strumenti digitali per riqualificare, promuovere e coinvolgere i lavoratori. La forza lavoro di un’azienda, insomma, diventerebbe una “risorsa strategica rinnovabile.