Come il ninja protagonista del gioco, Sekiro: Shadows die twice ha mantenuto fino ad oggi un passo silenzioso e una riservatezza che da tanto tempo non capitava, soprattutto con un gioco nato da From Software e Activision, due capisaldi dell’industria videoludica degli ultimi anni.

Chiunque si aspettasse un prodotto come Dark Souls ma con un vestito diverso dovrà ricredersi, perché i punti di contatto coi prodotti precedenti ci sono, ma non bastano per renderlo una mera copia, se non per la soglia del dolore molto molto alta.

Iniziamo col dire che al contrario degli altri Souls, Sekiro spiega al giocatore passo per passo la trama e le azioni da intraprendere, gli da addirittura la possibilità di allenarsi nelle tecniche di combattimento fin dai primi momenti di gioco delineando i protagonisti e l’ambientazione in un giappone medievale spietato e vittima di guerre; proprio durante una di queste guerre il protagonista viene trovato sul campo di battaglia giovanissimo, e educato ad essere uno Shinobi, devoto al proprio signore, prendendo il nome di Lupo.

Lupo nel suo essere silenzioso è un personaggio estremamente carismatico, dotato di un’aura solitaria e malinconica che calza perfettamente con tutto quello che lo circonda, un mondo colmo di tristezza ma allo stesso tempo affascinante, che non manca di panorami mozzafiato.

Il sistema di combattimento di Sekiro è estremamente semplice nella sua immediatezza, parata, schivata, colpo, come un balletto fatto di lame e colpi rubati; proprio perché cosi semplice mostra le sue potenzialità e complessità andando avanti nel gioco, ogni tecnica nuova imparata, ogni colpo deviato, ogni fuga strategica con il rampino stratificano sempre di più quello che sulle prime era semplice, trasformando il combattimento in un’opera d’arte.

La postura è il fulcro di tutto il gioco, colpendo e venendo colpiti si riempie una barra che indica quanta “difesa” il nemico o noi stessi possiamo subire, superato quel limite si subisce inevitabilmente un colpo, solitamente mortale che pone fine al combattimento; c’è modo di risorgere immediatamente dopo la nostra morte ma il prezzo pagato è alto, mettendo cosi il giocatore in una posizione che impedisce di abusare di questa opzione portandolo ancora di più a scegliere ogni passo affrontato, poiché anche se gran parte del gioco è affrontato di nascosto, tra le ombre, la morte è davvero dietro a ogni angolo.

Molti si sarebbero aspettati un gioco molto più semplice da affrontare rispetto ai precedenti titoli di From Software, e in alcuni modi lo è, come ad esempio il sistema di potenziamento del personaggio legato solo agli oggetti trovati e non più a livelli, build o classi, rendendo tutto veloce e immediato, quasi brutale, esattamente come i combattimenti; dal punto di vista grafico Sekiro offre un livello di ricercatezza molto elevato donando bellissimi paesaggi e boss sempre all’altezza delle aspettative, che nonostante l’ispirazione tipica delle leggende giapponesi sono splendidamente reinterpretati da From Software, donando varietà sia in termine di combattimento che visivo, con qualche rara incertezza nei caricamenti su console, ma che con la nuova patch rilasciata in questi giorni sono già migliorati e non andando a interferire con l’esperienza di gioco.

Le musiche incorniciano questo spietato quadro del giappone medievale in maniera meravigliosa, sottolineando soprattutto in alcune cutscene o bossfight l’azione ma soprattutto la bellissima storia che riserva più di una sorpresa, come del resto vi succederà spesso nel gioco, se vi prenderete del tempo per esplorare le varie sezioni, verrete ricompensati in maniera adeguata.

Il doppiaggio giapponese risalta particolarmente complice il contesto dell’ambientazione, ma allo stesso tempo anche quello italiano è molto apprezzabile, con voci profonde e ben scelte, soprattutto per i personaggi chiave del gioco.

Sekiro:Shadows Die Twice è indubbiamente uno dei migliori action game degli ultimi anni, ma chiede al giocatore una devozione totale e senza possibilità di resa, solo cosi si arriverà al finale della storia, in caso contrario ne vedremo solo i bordi, come un ombra confusa; con questo mantra ben scolpito nella mente il giocatore deve scegliere se decidere di inchinarsi al volere del gioco e donarsi completamente a lui oppure scegliere qualcosa di più rilassante, ma mai come questa volta ogni giocatore dovrebbe cercare di uscire dalla propria “comfort zone” e cedere alla tentazione di esplorare un mondo cosi ben delineato, forte di una sfida che sulle prime può risultare frustrante ma che ripaga ogni passo verso la meta lasciando un senso di appagamento raro nei titoli usciti in questi ultimi anni.

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