Pier Paolo Pasolini scriveva: “Io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù”, (Vie Nuove, n. 42, 1961). Sono parole ormai antiche che, però, aprono una porta sul futuro, in particolare su quello dell’educazione. Su un’educazione diversa da quella che conosciamo, che includa il fallimento come elemento fondamentale dell’esperienza umana.

Oggi le neuroscienze lo confermano clamorosamente, portando alla luce un’idea proprio sbagliata che pervade anche il mondo della scuola. Un’idea derivata direttamente dall’ideologia di mercato secondo cui la competizione sarebbe ingrediente necessario nei processi di apprendimento. È vero invece proprio il contrario, come dimostrano ricerche come quella di un gruppo di scienziati della Michigan University secondo cui il cervello degli studenti si sviluppa di più quando sbagliano rispetto a quando “fanno bene”.

Fin qui nulla di nuovo. Chiunque abbia un’esperienza di insegnamento sa che l’apprendimento, il momento in cui ai ragazzi lampeggia lo sguardo ed esclamano “Ah! Ora ho capito!”, arriva spesso proprio dopo aver riflettuto su un errore. Ma lo studio citato va oltre e ci dice che le connessioni fra i neuroni si sviluppano di più quando sbagliamo, anche se non abbiamo la consapevolezza dell’errore! Come è possibile che il nostro cervello evolva anche se stiamo commettendo un errore?

Le evidenze statistiche della ricerca affermano proprio questo, ma non spiegano perché. Che è quello che fa, invece, Jo Boaler, docente alla Stanford University e una delle punte di diamante dell’innovazione dell’insegnamento della matematica a livello internazionale. Boaler dice che il cervello dei ragazzi si sviluppa di più quando sbagliano per una ragione molto semplice: è quando commettono un errore che si prendono il rischio, si stanno impegnando e sono motivati a trovare una soluzione e – soprattutto – non hanno paura di sbagliare perché si sentono al sicuro nel poter sperimentare. Accogliendo i propri errori si impara meglio e in modo più approfondito. Non è questo anche un insegnamento di vita?

Tutto ciò ha profonde conseguenze nel nostro modo di “fare scuola”. È un cambio di paradigma rispetto a ciò che avviene oggi – non solo in Italia – dove le richieste rivolte ai ragazzi sono quasi sempre di “ripetere” quello che hanno imparato dall’insegnante, e vengono premiati (ah, il merito!) se la ripetizione è tanto più simile al modello fornito. Gli errori, il superare la paura di sbagliare, vengono puniti con valutazioni negative, o nel migliore dei casi poco considerati, mentre è proprio lì dove si gioca non solo l’apprendimento, ma l’impegno e la motivazione dei ragazzi.

Si tratta di una grande occasione per gli insegnanti che – invece di essere meri ripetitori di informazioni prese dal libro o da Internet – possono diventare veri e propri allenatori dei propri studenti. Allenatori che utilizzano la matematica, la storia, la geografia e quant’altro per insegnare ai ragazzi qualcosa di importante: il fatto che la scuola possa essere una palestra dove si impara che fallire non solo è normale, ma è parte preziosa per la loro crescita e per lo sviluppo dei propri talenti.

Ma soprattutto, così facendo, si impara che dopo ogni caduta ci si può rialzare, con l’insegnante o un compagno che ti dà una mano. Alla faccia della competizione a scuola. Una scuola che diventa un luogo ove poter imparare insieme e non uno contro l’altro per aspirare allo scomodo posto di primo della classe.

Come si può fare? Intanto cominciando a dire ai nostri allievi che sbagliare non solo è umano, ma è proprio l’essenza di come impariamo, di come crescendo diventiamo ciò che siamo. E poi, magari, sostituendo alcuni miti collettivi hi-tech e ultraliberisti – come per esempio quello di Steve Jobs e dei suoi gadget tecnologici – con quello di Pasolini. Un uomo, quest’ultimo, che ha perseguito l’eccellenza di per sé, anziché per vincere contro tutti a differenza del fondatore della Apple. Pasolini, uno che ha perseguito l’eccellenza a partire dalle proprie difficoltà, ogni volta rialzandosi e facendo un passo avanti. Senza la paura di sbagliare, perché ogni errore porta con sé un’occasione per imparare.

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