Messenger e WhatsApp potrebbero diventare in pochi anni il principale strumento di comunicazione per le persone. Non che non lo siano già, in parte. Ma potrebbero diventarlo ancora di più, nel momento in cui le comunicazioni non saranno più frammentate fra diverse app, ma unificate. A prospettare questa idea è Mark Zuckerberg, numero uno di Facebook, Messenger, WhatsApp e Instagram.

In una lunghissima lettera aperta in cui ha toccato svariati argomenti, Zuckerberg ha dato la visione di quello che intende fare con diversi servizi della sua azienda, chiamando in causa l’interoperabilità. “Gli utenti dovranno essere in grado di utilizzare una qualsiasi delle nostre app per raggiungere i propri amici, comunicando attraverso le reti in modo semplice e sicuro”. ‎

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L’argomento non è inedito, il New York Times a fine gennaio aveva anticipando l’eventualità che Messenger, Instagram e WhatsApp venissero unificate, permettendo alle tre applicazioni di messaggistica di comunicare l’una con l’altra. La differenza rispetto a prima è che ora c’è l’ufficialità della notizia. Ufficialità che riguarda non solo l’intenzione, ma anche il modo di procedere. Il primo passo è aggiungere la crittografia end-to-end alle chat di Messenger e di Instagram Direct che ne sono sprovviste, per fare in modo che si reggano sulla stessa impalcatura di WhatsApp.

All’atto pratico, gli utenti avranno tre app di messaggistica che continueranno a funzionare come singole app, ma che potranno anche comunicare l’una con l’altra. Perché? Una possibile risposta è che non bisognerà più prestare attenzione a chi scrive dove. Così facendo gli utenti potrebbero restare più volentieri clienti di Zuckerberg, o diventarlo in nome della comodità.

Ci sono anche altri motivi. Dopo i numerosi scandali che Zuckerberg ha dovuto fronteggiare nel 2018, la perdita di clienti non è più uno spauracchio inesistente, anzi. Soprattutto, il giovane manager ha dovuto rassegnarsi ad accettare quello che per lui era inconcepibile: alla gente piace un po’ meno (finalmente) “mettere in piazza” tutto quello che la riguarda. Gli argomenti privati devono restare tali, quindi piuttosto che trattarli sui social è meglio farlo nelle chat ristrette. Chat che, a scanso di equivoci, è meglio che siano protette da crittografia.

Probabilmente è questo il ragionamento padre di esternazioni quali: “Le persone avranno a disposizione luoghi semplici e intimi in cui avranno un controllo chiaro su chi possa comunicare con loro e fiducia nel fatto che nessun altro possa accedere a ciò che condividono”. E poi, “abbiamo intenzione di aggiungere altri modi per interagire privatamente con amici, gruppi e imprese. Se questa evoluzione ha esito positivo, interagire con i tuoi amici e familiari attraverso la rete di Facebook diventerà un’esperienza fondamentalmente più riservata”.‎‎ Alla buonora, verrebbe da dire.

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Veniamo alla crittografia. Non c’è nulla di nuovo rispetto a WhatsApp: i messaggi non dovrebbero essere leggibili a nessuno, fatta eccezione per chi è direttamente coinvolto nella conversazione. “Le comunicazioni private delle persone dovrebbero essere sicure. L’impiego della crittografia end-to-end impedisce a chiunque — compresi noi — di sapere cosa condividono le persone attraverso i nostri servizi‎“. Un’idea che dà fiducia, ma che ha anche i suoi risvolti negativi. Sempre nella lettera infatti si legge che “la crittografia è un potente strumento per la privacy, ma include anche quella di persone che fanno cose sbagliate. […] Stiamo dunque lavorando per migliorare la nostra capacità di identificare e bloccare i cattivi utenti, individuando modelli di attività o tramite l’uso di altri strumenti, senza necessariamente dover vedere il contenuto dei messaggi, e continueremo a investire in questo lavoro. Ma il compromesso sarà inevitabile perché non potendo accedere direttamente ai contenuti come oggi sarà impossibile filtrare tutto in maniera particolarmente efficace”.‎

Chiudiamo con una considerazione probabilmente scontata ma doverosa: è vero che l’unificazione dei servizi sarebbe una comodità, ma è altrettanto vero che offrirebbe all’azienda la possibilità di incrociare un maggior mole di dati per profilare gli utenti in maniera ancora più precisa, anche solo a scopo pubblicitario.