“Alla Regione non cambia niente. Le Europee? Nessuna candidatura”. L’entourage di Nicola Zingaretti predica calma. D’altronde, frenare gli entusiasmi è una pratica che il neo-segretario del Pd porta avanti da oltre 10 anni, da prima di diventare presidente della Provincia di Roma. Anche perché, se esiste una specialità in cui Zinga è campione del mondo, quella è sicuramente il sapersi districare e scivolare aggirando le difficoltà. Un anti-leader, rispetto al concetto disegnato dalla politica iper-contemporanea. Imparerà a conoscerlo anche chi non segue le vicende romane.

Ora però l’esposizione è massima e ci sono pressioni a cui sarà difficile sottrarsi. La Regione Lazio è il grande quartier generale dal quale Nicola sta provando a costruire la sua fortuna, ma potrebbe avere dei punti deboli fin qui sopiti da un dibattito romano, non sempre attento a quanto accade fra via Cristoforo Colombo e Pisana. In tutto ciò, molti nel partito vorrebbero vederlo capolista alle elezioni europee. Perché, si dice, chi ha stravinto le primarie ottenendo oltre il 70% dei consensi e raddoppiando le attese di partecipazione, non può esimersi di rappresentare il nuovo Pd contro la “deriva sovranista che rischia di spaccare l’Europa”, replicando quanto fece nel 2013 quanto optò per una scontatissima vittoria in Regione piuttosto di rispondere a chi gli chiedeva a gran voce di puntare al Campidoglio.

UNA REGIONE CHE SI GOVERNA DA SOLA – La Regione Lazio, però, è la confort-zone. E guai a chi gliela tocca. Non un trampolino di visibilità, come fu il Comune di Firenze per Matteo Renzi. Molto di più. Dopo sette anni da governatore – più i quattro in Provincia – Zingaretti può permettersi di fare il presidente part-time. Come il macchinista di un treno con il pilota automatico. Al timone amministrativo ci sono i colonnelli: il vice Massimiliano Smeriglio, il capo di gabinetto Albino Ruberti e il vice Andrea Cocco. Poi c’è la parte politica, che può contare su Mario Ciarla e Maurizio Veloccia, veri problem solver cui da un po’ di tempo si è aggiunto il portavoce – ormai assurto di fatto alla carica di spin doctor – Aldo Cappelli. In questo quadro, tutto va avanti per conto suo. Anche perché ogni assessorato è politicamente pesato e assegnato a persone di estrema fiducia, le quali a loro volte hanno assunto nelle segreterie leader politici territoriali. Un meccanismo così oliato da lasciare a Zingaretti solo l’ “incombenza” non proprio sgradita di tagliare nastri, intestarsi iniziative e finanziamenti per opere pubbliche varie e, dove serve, intervenire nel dibattito politico.

IL LAVORO PER SPACCARE IL M5S – In Consiglio regionale, la situazione è ancora più rilassata. Nonostante da un anno la coalizione del governatore sia in minoranza rispetto all’opposizione. Le due mozioni di sfiducia fin qui proposte sono malamente naufragate e l’impressione, una volta di più, è che nessuno voglia svegliare il can che dorme. Qui pesano anche i dubbi interni al M5S. Perché alla Pisana gli “ortodossi” la fanno da maggiore. E sono quelli che guardano in maniera critica all’appiattimento nazionale sui temi della Lega e di Matteo Salvini. Gli stessi che temono una débacle alle elezioni europee con una fronda pentastellata costretta ad andarsene dal Movimento per “recuperare i valori delle origini incarnati nelle cinque stelle”. Uno scenario auspicabile dal punto di vista del nuovo Pd zingarettiano. Il cui obiettivo non dichiarato e provare a costruire una lista fortissima per Strasburgo e sfruttare il traino delle primarie per avvicinarsi al M5S e, magari, tentare un difficilissimo sorpasso al fotofinish. A quel punto, i buoni rapporti di vicinato con Roberta Lombardi e i suoi (tanti) punti di riferimento in Parlamento potrebbe pagare in uno scenario di elezioni anticipate.

ZINGA CHE FAI, TI CANDIDI? – Ecco dunque tornati al punto. Nicola è l’uomo “nuovo”. Quello che ha portato 1,8 milioni di persone ai gazebo, che ha avvicinato al Pd pure la sinistra dei movimenti, dei centri sociali, della lotta per la casa e del sindacato di base (ambienti che alle politiche avevano votato in massa per il M5S). Come può non metterci la faccia in un momento del genere? Come si diceva, Zingaretti è l’antitesi dei personalismi, cui preferisce il concetto da osteria trasteverina del “più semo e mejo stamo”. Cosa potrebbe convincerlo a gettarsi nella mischia delle Europee? Qualche condizione sul tavolo c’e’. Innanzitutto una lista di “campioni”, in cui a metterci la faccia possano essere altri amministratori rinchiusi nella loro confort-zone: Vincenzo De Luca, Sergio Chiamparino, Dario Nardella, Beppe Sala. Della serie: se rischio io, rischiano tutti. E poi la possibilità di scegliere in base agli eventi: si fa da traino alle elezioni, si viene eletti, poi entro 6 mesi – come prevede la normativa – si sceglie se confermare il seggio a Strasburgo o tornare alla Regione Lazio. Resta la convizione che l’unico momento buono per abbandonare la Regione sia la candidatura a premier. A quel punto salterebbero tutti gli schemi e il “gentlemen agreement” messo in campo con i sostenitori, dall’ala cattolica di Sant’Egidio alla sinistra radicale e movimentista.

I PUNTI DEBOLI: SANITA’ E RAPPORTI COL COMUNE – Attenzione, però, perché il governatore Zingaretti ha anche dei punti deboli. Dei tallone d’Achille che a livello nazionale potrebbero risultare boomerang più difficili da affrontare di quello che accade su Roma. Innanzitutto, la sanità. Gli ospedali romani, specie quelli pubblici, sono ai minimi termini. Dieci anni di commissariamento hanno logorato il sistema sanitario regionale e il governatore ne aveva già annunciato l’uscita a fine 2018, prima di aver dovuto postergare la conclusione a questo 2019. La maggioranza penta-leghista questo lo sa e ha già mandato i primi avvertimenti. Fin qui in maniera un po’ goffa, come fatto dalla ministra Giulia Grillo il mese scorso durante la sua visita al Policlinico Umberto I.

Ma il tema è sensibile e, soprattutto, a portata di cittadino medio. Tanto che sono attesi nuovi attacchi dal ministero della Salute, che addirittura potrebbe mettere in discussione l’uscita dal commissariamento del Lazio, bloccando pure le 5mila assunzioni annunciate da Zingaretti. Poi ci sono i rapporti con Virginia Raggi. Le cronache locali raccontano di una possibile ricandidatura della sindaca, cosa che potrebbe rinvigorirne il piglio politico giocando alla contrapposizione con il governatore-segretario. Un conflitto istituzionale in cui, va detto, fin qui Nicola ha sempre sguazzato. Ma che comunque resta un’incognita in vista di tempi in cui i toni inizieranno a farsi più aspri.

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