Sdraiata sul letto d’ospedale dove è stata ricoverata, la pelle delle braccia ormai aderente alle ossa e lo sguardo fisso sull’obiettivo che punta sul suo viso ossuto che dimostra molto più dei suoi dodici anni. La foto scattata il 12 febbraio in una clinica di Aslam, nella provincia nordoccidentale di Hajjah, è solo l’ultima immagine che ha fatto il giro del mondo per raccontare le sofferenze causate dalla guerra in Yemen e dalla malnutrizione acuta nella quale si trovano, secondo gli ultimi dati diffusi da Unicef, circa 1,8 milioni di bambini.

Fatima Ibrahim Hadi è solo uno dei volti sofferenti che testimoniano la mancanza di cibo in un Paese che è costretto a lunghissimi periodi di embargo dal 2015, da quando i ribelli Houthi hanno dato inizio a una guerra civile che, con l’intervento della coalizione dei Paesi arabi a guida saudita, ha insanguinato il Paese. “Il problema della malnutrizione – racconta a Ilfattoquotidiano.it il dottor Roberto Scaini (Medici Senza Frontiere), alla sua quinta missione nel Paese – esiste da prima che iniziasse la guerra civile. La mancanza di cibo dovuta alle difficoltà nell’approvvigionamento, soprattutto nelle aree settentrionali del Paese, unita alla mancanza di trasporti, strutture e personale medico dovuti al conflitto hanno però peggiorato la situazione. Negli ospedali di Msf il numero di bambini gravemente malnutriti aumenta sempre di più”.

Dodici anni e appena dieci chili di peso. Suo malgrado, Fatima è diventata in poche ore l’ennesima fotografia delle sofferenze vissute da un Paese dove, secondo Save the Children, 85mila bambini sotto i cinque anni sarebbero già morti di fame e altre stime parlano di 70-80mila vittime civili dall’inizio del conflitto. Fatima come Alan Kurdi, il bambino di Kobane di soli tre anni trovato senza vita su una spiaggia di Bodrum, in Turchia, dopo il naufragio dell’imbarcazione che avrebbe dovuto portarlo in Europa insieme alla sua famiglia. Fatima come la bambina siriana che si “arrende” alzando le mani di fronte all’obiettivo di una fotocamera scambiandolo per un’arma. O come Omran, il bambino siriano seduto in ambulanza coperto di una fanghiglia di polvere e sangue dopo essere stato estratto vivo dalle macerie di un palazzo durante i bombardamenti di Aleppo.

Fatima è originaria della provincia di Hajjah, al confine con l’Arabia Saudita, una delle più interessate dal conflitto tra la coalizione guidata da Riyad e i ribelli sciiti sostenuti dall’Iran. Insieme a suo padre e ai suoi dieci fratelli, ha raccontato una delle sorelle alla Reuters, è stata costretta a fuggire dalla sua abitazione a causa dei raid e a vivere sotto un albero senza cibo. Il padre, 60 anni, è disoccupato e la famiglia “non ha soldi per procurarsi il cibo. Tutto quello che abbiamo è ciò che ci danno i nostri vicini e parenti. Non abbiamo futuro“, dice la giovane.

Il 18 febbraio, le parti in conflitto hanno concordato il ritiro dei militari dalla città portuale di al-Hudayda, fondamentale per i rifornimenti di aiuti umanitari al Paese, “ma malnutrizione e carestia non sono problemi legati esclusivamente alla guerra – continua Scaini – Il conflitto ha certamente accentuato e gravemente peggiorato la situazione, ma dietro certe situazioni si nascondono anche motivi sociali, culturali ed economici”.

Msf gestisce 2.200 operatori umanitari in Yemen, dislocati in dodici distretti, tra cui anche quello di Hajjah, e il medico spiega che quell’area del Paese convive da anni con il fenomeno della malnutrizione, non solo infantile: “Stiamo parlando di una delle zone più rurali del Paese – continua il dottore che è arrivato per la prima volta in Yemen nel 2013 –, basata su agricoltura e allevamento di sussistenza che stentano a fornire una corretta alimentazione alle persone che abitano quelle terre. Dopo il 2015, l’embargo, la mancanza di mezzi di trasposto e i bombardamenti che hanno colpito anche le strutture ospedaliere hanno notevolmente aggravato la situazione”.

A questo si aggiungono anche fattori culturali, come il diffuso consumo di qat, una pianta che viene masticata e dà effetti eccitanti, provocando anche la perdita di appetito. “Spesso si tende a dire che il consumo di qat è necessario per sopperire alla mancanza di cibo – spiega Scaini -, ma non è sempre così. Quando sono arrivato nel 2013 la guerra non c’era, ma la carestia e la malnutrizione sì. E il consumo di qat era una delle cause. A questo si deve aggiungere che la sua sempre maggiore diffusione e richiesta hanno finito per convincere gli agricoltori a sostituire le loro coltivazioni con queste piante”.

Una caratteristica tipica del fenomeno della malnutrizione in Yemen è anche l’alto tasso di diffusione tra i neonati sotto i sei mesi. Una peculiarità yemenita, dice il medico, difficilmente riscontrabile in queste percentuali anche nei Paesi più poveri dell’Africa. I motivi, spiega, sono sempre culturali: “I bambini nascono già troppo piccoli. I motivi sono due. Il primo, le madri, anche loro spesso malnutrite, tendono a interrompere molto presto l’allattamento, intorno ai due mesi di vita. In mancanza di cibo, questo provoca subito problemi di salute ai piccoli. Se a questo si aggiunge che qui, a differenza che nel resto del mondo, in caso di scarsità di cibo i primi a nutrirsi sono gli uomini adulti e solo dopo le donne e i bambini, ecco spiegato l’alto numero di casi di malnutrizione di minori e donne, anche incinte. Anche per questo, oltre a fornire cure mediche, cerchiamo di portare avanti programmi di educazione alimentare per la popolazione. Ma si tratta di un lavoro duro, che si scontra con usanze ormai radicate”.

Twitter: @GianniRosini

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