L’imprenditore Gian Mario Rossignolo e il figlio Gianluca sono stati condannati dal Tribunale di Torino per la bancarotta della De Tomaso, azienda torinese specializzata in auto di lusso che è fallita nel 2012. I giudici hanno inflitto una pena di 5 anni e 6 mesi al padre, ex manager della Zanussi e della Telecom, e 4 anni e 10 mesi al figlio. I Rossignolo, insieme ad altre sei persone, sono stati condannati a vario titolo per bancarotta, truffa ai danni della Regione Piemonte e del ministero dell’Economia e malversazione.

Il tribunale ha dichiarato il proscioglimento per due ipotesi di falso in scrittura privata, perché il reato è stato depenalizzato, e per una tentata truffa alla Regione Toscana. Il Tribunale di Torino, inoltre, ha stabilito un risarcimento da 5 milioni di euro a favore del fallimento della De Tomaso. A pagare questa provvisionale dovranno essere Rossignolo, il figlio Gianluca e Giuliano Malvino, amministratore di una società in rapporti con la De Tomaso, riconosciuti responsabili di bancarotta fraudolenta.

In Piemonte la De Tomaso aveva acquisito lo stabilimento ex Pininfarina di Grugliasco e assorbito gran parte dei dipendenti dell’azienda che avrebbero dovuto essere riqualificati con i corsi di formazione finanziati con fondi pubblici. Secondo l’accusa, per accedere ai contributi è stata utilizzata una fidejussione falsa dell’ammontare di alcuni milioni e parte dei fondi è finita direttamente nelle tasche di dirigenti della De Tomaso.

Nessuna provvisionale è stata riconosciuta a favore della Regione Piemonte, della cassaforte regionale Finpiemonte e delle centinaia di ex dipendenti della De Tomaso: il Tribunale ha stabilito che le persone offese dovranno rivolgersi al tribunale civile per ottenere un risarcimento. “I giudici hanno riconosciuto il danno ai lavoratori che poi dovrà essere stabilito in sede civile”, spiega l’avvocato Patrizia Bugnano che assiste trenta ex dipendenti. “Siamo molto soddisfatti della condanna di questi manager che hanno lasciato i lavoratori in gravi condizioni di difficoltà – afferma l’avvocato Elena Poli, difensore di 323 operai iscritti alla Fiom -. Per poter avviare le cause civili dovremo aspettare che la sentenza sia definitiva, quindi i tempi saranno ancora lunghi”.

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