C’erano una volta i fondi sanitari integrativi. Che oggi, anzi da sempre, a dispetto del nome, sono fondi per lo più sostitutivi del Servizio sanitario nazionale. Perché al posto di erogare prestazioni aggiuntive ai Lea, i livelli essenziali di assistenza che lo Stato è tenuto a fornire a tutti i cittadini, come per esempio molte cure odontoiatriche e l’assistenza ai soggetti non autosufficienti, coprono servizi già garantiti dal Ssn (o che il Ssn comunque dovrebbe garantire). Che noi quindi già paghiamo con le tasse. La commissione Affari sociali della Camera ha appena avviato un’indagine conoscitiva su questi fondi, che hanno ancora poche luci e molte ombre. Il messaggio di Marialucia Lorefice (M5s), presidente Cinquestelle della commissione, è perentorio: “La sanità integrativa non dovrebbe sostituirsi al primo pilastro del nostro sistema pubblico di salute che è il Ssn, basato sui principi di universalità, equità e solidarietà, come diretta attuazione dell’articolo 32 della Costituzione”.

I fondi sanitari integrativi, istituiti dall’articolo 9 del decreto legislativo 502 del 1992, e previsti da contratti collettivi (come quello dei metalmeccanici, dei dirigenti di azienda o dei giornalisti) o accordi aziendali, beneficiano di agevolazioni fiscali. A condizione che almeno il 20 per cento delle risorse sia vincolato all’assistenza odontoiatrica e all’assistenza socio-sanitaria per i soggetti non autosufficienti (cioè a servizi integrativi). “In pratica, lo Stato finora ha permesso all’intermediazione finanziaria e assicurativa di generare profitti grazie alle detrazioni fiscali di cui godono questi fondi proponendo prestazioni che alimentano il consumismo sanitario, dannoso per la società” commenta Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ente no-profit che si occupa di promuovere e realizzare attività di formazione e ricerca in campo sanitario. E che, in occasione dell’avvio ai lavori di indagine della Camera sui fondi integrativi, ha prodotto un report sulle criticità e opacità della sanità integrativa.

Innanzitutto, uno sguardo ai numeri. Dal 2010 al 2016 il numero dei fondi sanitari è cresciuto da 255 a 323, si legge nel documento. Parallelamente si è allargata la platea di iscritti (da 3.312.474 a 10.616.847) e sono aumentate le risorse stanziate (da 1,61 a 2,33 miliardi di euro). Ma a due velocità diverse: se infatti l’incremento medio annuo dei potenziali beneficiari è stato del 22,3 per cento, quello dei soldi investiti si è fermato al 6,4 per cento. “Questo significa che i fondi incassano sempre di più ma rimborsano sempre meno perché c’è poca richiesta di prestazioni – dice Cartabellotta -. A questo punto non conviene finanziare di più il fondo sanitario nazionale anziché defiscalizzare la sanità integrativa? Non è meglio aiutare tutti i cittadini, snellendo le liste di attesa, anziché solo una parte di lavoratori, che tra l’altro non impiega massicciamente quel benefit?”. Le quote inutilizzate andranno quindi a ingrossare il fondo di garanzia dei depositi. “E a gonfiare le tasche delle assicurazioni” spiega il presidente. Dietro all’85 per cento dei fondi (erano il 55 per cento nel 2013), enti senza scopo di lucro, c’è infatti una compagnia assicurativa, che invece punta al profitto, e che li gestisce ed evita che rimangano scoperti e falliscano. “Il fondo ormai è diventato un tramite tra il cittadino e l’assicurazione” ci spiega un broker assicurativo (che vuole rimanere anonimo). Non solo: il 70 per cento delle risorse coprono prestazioni già incluse nei Lea, rileva la fondazione. “Essendo le prestazioni extra Lea molto costose dal punto di vista assicurativo – aggiunge il broker -, i fondi preferiscono non impegnare risorse in questo settore”.

Un altro boomerang sono i premi di risultato ai dipendenti aziendali che con la legge di stabilità del 2016 possono essere sostituiti da contributi sanitari alle casse aventi esclusivamente fine assistenziale, senza l’applicazione di nessuna imposta entro il limite di 3mila euro l’anno (4mila in caso di coinvolgimento paritetico del lavoratore nell’organizzazione del lavoro), per i dipendenti con reddito lordo annuo fino a 80mila euro. “Il dipendente ha la sensazione di ottenere un vantaggio ma in realtà sta pagando la sanità due volte – dichiara Cartabellotta -. Il 40-50 per cento dei premi versati tra l’altro non si traducono in servizi per gli iscritti perché erosi da costi amministrativi, fondo di garanzia e da eventuali utili di compagnie assicurative. Chi ci guadagna, oltre a loro, è la sanità privata”. Elena Granaglia, che insegna Scienza delle finanze all’università Roma Tre, chiosa: “La riduzione del gettito fiscale, anche se la prestazione offerta fosse aggiuntiva ai lea, va a vantaggio di alcuni e a svantaggio di altri peggiorando l’iniquità sociale”. Soprattutto se si pensa che il fondo in molti casi è usato per saltare le code. Per Giuseppe Costa, professore di Igiene all’università di Torino, “i fondi integrativi andrebbero usati per la prevenzione sanitaria, per pagare quindi l’abbonamento in palestra, l’asilo nido dei figli, l’assistenza a domicilio di genitori anziani e disabili, l’assistenza psicologica, i centri antifumo, e così via. Offrire servizi di questo tipo avrebbe un impatto sulla salute molto positivo”. Intanto la Fondazione Gimbe, audita alla Camera il 22 gennaio, oltre a chiedere di “restituire alla sanità integrativa il suo ruolo originale”, invoca anche un riordino normativo e l’accessibilità al pubblico dell’anagrafe dei fondi sanitari integrativi istituita presso il ministero della Salute.

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