Una basilica gremita, quella di piazza della Nunziata, a Genova, ha voluto dare l’ultimo saluto a Prince Jerry Igbinosun. Venticinquenne originario della Nigeria, arrivato in Italia dopo due anni di viaggio e una laurea di biochimica in tasca, sicuro di riuscire a farsi riconoscere gli studi e seguire i suoi sogni di una vita migliore qui, dove l’unico modo per arrivare è affidarsi agli scafisti e tentare la via del mare.

Sopravvissuto al deserto, agli aguzzini libici e al Mediterraneo, per due anni e mezzo ha atteso il verdetto della Commissione chiamata a valutare la sua richiesta d’asilo. Raccontano i suoi amici che Jerry si era dimostrato fino alle ultime settimane sicuro e ottimista di potersi ambientare a Genova, dov’era stato accolto prima in un’appartamento della cooperativa ‘Un’altra storia’ della pastorale Migrantes dell’arcidiocesi, in centro storico, poi al Campus di Coronata e infine a Multedo, un anno e mezzo fa.

Viene descritto come un ragazzo molto preciso e diligente, a volte polemico ma mai conflittuale con gli altri ospiti accolti nella struttura o con gli operatori, Jerry aveva imparato un ottimo italiano anche grazie all’impegno nelle tante attività a cui aveva preso parte nell’attesa dell’esito dell’estenuante iter di accettazione della domanda d’asilo.

Volontario alla Comunità di Sant’Egidio, era riuscito a svolgere tre borse lavoro tra le quali una con lo ‘Staccapanni’ della fondazione Auxilium. “Un ragazzo modello – lo ricorda Omar Jallow, coinquilino per il primo anno nel quartiere della Maddalena, che lo ha incontrato ancora la scorsa settimana – che era certo di vedersi accettata la richiesta di asilo e aveva sempre una buona parola e un consiglio da dare a tutti”. Notizia, del diniego della sua domanda arrivato dalla Commissione, riunitasi a giugno ma in grado di produrre l’esito solo a dicembre, sei mesi dopo. Forse avrebbe potuto fare ricorso, chiedere la protezione umanitaria, un permesso temporaneo che, se è vero che il decreto sicurezza voluto dal governo giallo-verde ha spazzato via, nel suo caso si sarebbe potuto applicare in quanto la legge voluta da Salvini non ha valore retroattivo, e qualsiasi richiesta precedente il mese di ottobre va valutata con la legge precedente. Eppure, anche queste, sono solo speculazioni, “che preferiamo evitare perché l’importante oggi è ricordare chi era Prince Jerry, accettare questa dura prova per provare a essere più umani, più capaci di ascoltare e di stare vicino ai più fragili” commenta don Giacomo Martino, chiamato martedì a Tortona a riconoscere ‘quel che restava’ del corpo flagellato del giovane, finito sotto a un treno, ennesima vittima del clima di ansia, abbandono e insicurezza che spesso respirano i richiedenti asilo in Italia.

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