Prima dice: “Chi sono io per non farmi processare? Sono pronto a farlo”. Poi però aggiunge: “Se dovrò essere processato per questo lo deciderà liberamente il Senato“. Matteo Salvini non sembra tanto sicuro di voler rinunciare all’immunità parlamentare. La richiesta di autorizzazione a procedere avanzata dal tribunale dei ministri di Catania per la vicenda della nave Diciotti è lunga 53 pagine: il ministro dell’Interno è accusato di sequestrato aggravato dall’abuso di potere per aver fatto rimanere cinque giorni nel porto di Catania la nave della Guardia Costiera con a bordo 177 migranti.

Il caso sarà esaminato dalla giunta per le elezioni e le immunità parlamentari del Senato, mercoledì 30 gennaio. “Se ho pensato questa notte all’immunità dopo il caso Diciotti? Ho dormito benissimo. Farò le mie valutazioni. Non ho bisogno di protezioni. Altri utilizzavano l’immunità perché rubavano, io perché ho fatto il mio dovere da ministro. E ritengo di aver applicato la costituzione che prevede la difesa della patria. Deciderà il Senato liberamente. Lo rifarei. Se ritengono sono pronto a farmi processare”, commenta il ministro nel day after della richiesta dei giudici di Catania.

Alla domanda esplicita sull’eventuale rinuncia all’immunità parlamentare, però, il leader della Lega è più vago: “Il voto ci deve essere. Io poi farò il mio intervento in Senato. Tutti i legali che ho interpellato mi dicono che è palese l’invasione di campo da parte di un potere dello Stato nei confronti di un altro potere dello Stato e di non permettere questa cosa. Io confesso, contro il loro parere, che avrei voglia di andare fino in fondo e di essere convocato a Catania. Poi però il Senato è sovrano e deciderà, non voglio sostituirmi al Senato”.

A Salvini, però, replica l’Associazione nazionale magistrati. “Bisogna abbassare i toni del dibattito e noi auspichiamo che la dialettica torni nei canoni corretti: la magistratura ha le sue prerogative, noi rispettiamo quelle di tutti, ma chiediamo rispetto”, dice il presidente Francesco Minisci. Criticano il ministro anche i penalisti. “Salvini ha diritto di esprimere le proprie critiche sulle ipotesi accusatorie e anche di ipotizzare uno sconfinamento, ma questo modo di sfidare, un pò guascone, con l’occhio a un consenso popolare spiccio, non mi sembra rispondere ai canoni istituzionali di un ministro della Repubblica. Si può rivendicare la correttezza del proprio operato senza mancare di rispetto alle istituzione”, dice Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle camere penali.

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