L’esercito si schiera dalla parte di Nicolas Maduro. L’autoproclamazione di Juan Guaido come presidente del Venezuela è un “colpo di stato“. “Avverto il popolo del Venezuela che un colpo di Stato viene perpetrato contro le istituzioni, contro la democrazia, contro la nostra Costituzione, contro il presidente Nicolas Maduro, nostro presidente legittimo“, ha dichiarato in conferenza stampa il ministro della Difesa venezuelano, il generale Vladimir Padrino, parlando mentre era affiancato da membri dell’alto comando militare.

Anche Maduro ha definito la decisione di Guaidò un “colpo di stato” frutto dell’interventismo degli Usa e di altri “governi imperialisti“. Nel Paese le proteste sono andate avanti per tutto il giorno e si contano 14 morti, oltre a 280 persone arrestate e denunce di incursioni di “colectivos” chavisti nelle sedi delle opposizioni in alcune città del Paese.

“Il popolo agguerrito e combattente – tuona il presidente venezuelano – rimanga in allerta, pronto alla mobilitazione per difendere la patria”. “Nessun colpo di stato, nessun interventismo, il Venezuela vuole la pace”, aggiunge Maduro che ha concesso 72 ore ai diplomatici statunitensi perché lascino Caracas. Un ultimatum al quale Washington ha risposto ‘picche’ perché ormai la Casa Bianca – tenendo fede all’appoggio fornito a  Guaidó – non lo riconosce più come legittimo presidente e quindi, ha spiegato il segretario di Stato Mike Pompeo, “non consideriamo che abbia l’autorità legale per rompere le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti o dichiarare persona non grata i diplomatici” americani.

Una situazione di stallo, con la posizione degli Usa condivisa anche dalle istituzioni europee, oltre a numerosi Paesi del Sudamerica. Dal Brasile all’Argentina fino alla Colombia – eccezion fatta per la Bolivia di Evo Morales e il Messico, sul quale continuano le pressioni della diplomazia statunitense – buona parte dei ‘vicini’ di Caracas hanno festeggiato l’autoproclamazione di Guaidó come presidente ad interim in attesa delle elezioni. La Turchia, invece, si è schierata al fianco di Maduro che ha ricevuto la chiamata di Recep Tayyip Erdogan e la Russia, tramite la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, ha dichiarato che gli eventi “mostrano chiaramente l’atteggiamento della comunità internazionale nei confronti del diritto internazionale, della sovranità e della non interferenza negli affari interni di un Paese in cui cerca di cambiare potere”.

Mano destra alta e l’altra appoggiata sulla costituzione, il giovane presidente dell’Assemblea nazionale ha giurato davanti a migliaia di persone in strada, dove i manifestanti – sia prima che dopo lo strappo del 35enne ingegnere – hanno subito la repressione messa in atto da polizia e militari, rimasti fedeli a Maduro. Al termine di due giorni di scontri, si contano 14 morti e da lunedì, quando iniziati i cortei antigovernativi sono 218 le persone arrestate, secondo quanto riporta El Mundo. E il numeri sono destinati a crescere, perché già oggi si temono nuovi scontri quando i venezuelani vicini a Guaidó torneranno in piazza.

Scene di violenza si sono vissute non solo nella capitale. A Maturin, nello stato di Monagas, nel nord-est del Paese, gruppi di militari chavisti hanno attaccato la sede locale del partito oppositore Azione democratica, isolandola, seguiti poi da bande armate del Psuv, il partito chavista, che l’hanno incendiata mentre gli agenti impedivano l’accesso ai pompieri. È quanto denuncia su Twitter il dirigente oppositore Henry Ramos Allup. Quanto la situazione sia calda a Maturin è confermato anche dalla Conferenza episcopale venezuelana che ha raccontato di aver aperto le porte della cattedrale della città a 700 persone in cerca di rifugio per proteggersi dalle incursioni dei “colectivos”, i gruppi irregolari del chavismo che hanno attaccato una protesta che si svolgeva davanti alla chiesa.