Un decreto legge che non è stato approvato. Questo c’è dietro la questione dei tre permessi di ricerca di gas e petrolio nel mar Ionio concessi alla società americana Global Med. Una vicenda che ha provocato lo scontro tra Coordinamento nazionale No Triv e l’esecutivo e che rischia di segnare una divisione insanabile tra gli ambientalisti e il Movimento 5 Stelle che pure li ha appoggiati in diverse battaglie. Oggi, invece, lo scontro è duro, fatto di accuse, recriminazioni che partono da quanto pubblicato sul Buig (bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle geo risorse) del 31 dicembre scorso. E per “salvare” la situazione l’esecutivo annuncia una norma nel decreto legge ‘Semplificazioni’. Ma cosa è accaduto? Dietro quei permessi di ricerca, ma anche due concessioni di coltivazione (una nuova e una proroga) in provincia di Ravenna, c’è l’immobilismo del governo oppure, come spiegato da diversi esponenti dell’Esecutivo, si tratta di un atto dovuto? Cosa si sarebbe potuto fare per bloccare l’iter?

LA SITUAZIONE ATTUALE – Sul Buig sono stati pubblicati anche i decreti di conferimento della concessione di coltivazione ‘Bagnacavallo’ e di proroga della concessione di coltivazione ‘San Potito’, entrambi in Emilia-Romagna, in provincia di Ravenna. La nuova concessione denominata ‘Bagnacavallo’ è stata rilasciata alla società Aleanna Italia (per la durata di 20 anni) e prevede realizzazione e messa in produzione di cinque pozzi (due esistenti e tre nuovi). La concessione di coltivazione ‘San Potito’, invece, scaduta da anni, è stata prorogata per 15 anni in favore della società Padana Energia Spa. A questo punto è necessario distinguere tra ciò che si poteva fare prima del rilascio dei titoli e ciò che si può fare ora. In generale i titoli già rilasciati si possono revocare solo per motivi espressamente previsti dalla legge. Un esempio è quando ci sono gravi ragioni di carattere ambientale ma, tanto per rendere l’idea, questa circostanza nel nostro Paese non si è mai verificata. Un altro caso concreto è quello che vede il concessionario venire meno ai suoi obblighi. Esiste un solo precedente che riguarda il Lazio, avvenuto in seguito a uno sversamento nei pressi di Roma. Si tratta comunque di titoli che non possono essere revocati, neppure con decreto legge, senza una ragione tanto grave da legittimare questo provvedimento, pena la possibilità per il concessionario (che nel frattempo ha maturato un diritto) di richiedere un risarcimento. E questa è la situazione attuale.

LE POSSIBILI STRADE – Cosa si poteva fare prima? I procedimenti sono rimasti pendenti fino al 7 dicembre scorso. Con legge è sempre possibile sospendere i procedimenti in corso. Questo fino a quando non siamo conclusi, altrimenti si tratterebbe di una revoca ex lege che, incidendo sul legittimo affidamento di chi ha già un permesso o una concessione, potrebbe essere illegittima. Sia per i tre permessi che per le due concessioni sarebbe dunque stato possibile intervenire con una legge o un decreto legge, ma non con un atto amministrativo. Nel caso specifico di ‘San Potito’ una norma avrebbe potuto prevedere la cancellazione delle proroghe automatiche. L’esempio più vicino nel tempo è quello del 2010, quando un decreto firmato dall’allora ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo sancì che la distanza minima tra la costa e le attività petrolifere doveva essere di 5 miglia marine (12 miglia nel caso delle aree protette). Il Decreto Prestigiacomo non solo bloccò molte richieste di concessione, ma anche alcune autorizzazioni già ottenute dai petrolieri. Questo accadde prima del ‘Decreto sviluppo’ del 2012 che, pur portando la distanza minima a 12 miglia marine in tutte le aree indistintamente, sbloccò tutte le concessioni già in atto al momento dell’approvazione del testo della Prestigiacomo. Un testo approvato sull’onda di quello che accadde dopo il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, affiliata alla British Petroleum. Un massiccio sversamento di petrolio, iniziato nell’aprile del 2010, nelle acque del Golfo del Messico. Secondo il Coordinamento Nazionale No Triv, però, si sarebbe potuto intervenire anche in assenza di una legge.

IL CASO DI OMBRINA MARE – “Persino con un atto analogo a quello che ha bloccato Ombrina Mare”, ha spiegato il costituzionalista Enzo Di Salvatore, cofondatore del Coordinamento nazionale dei No Triv. Nel caso di Ombrina Mare, la piattaforma petrolifera che avrebbe dovuto sorgere, a poca distanza dalle spiagge della Costa dei Trabocchi, in provincia di Chieti, il procedimento era concluso, ma il ministero non aveva ancora rilasciato la concessione. Fu una decisione politica quella di non procedere con il rilascio, presa quando non era ancora maturato il legittimo affidamento. Si può fare, dunque. Ma è legittimo? Solo se vi sono i presupposti previsti dalla legge, altrimenti può accadere che la multinazionale trascini in giudizio lo Stato davanti al Tar, facendo valere un vizio di legge. “Ma non facendo valere il fatto che sia maturato nel richiedente un legittimo affidamento che non c’è ancora”, sottolinea Di Salvatore. Oppure si può arrivare a un arbitrato internazionale per chiedere un risarcimento, come è accaduto con Ombrina Mare. Nel 2017, infatti, la società petrolifera Rockhopper ha chiesto 13 milioni di dollari di danni davanti all’International Centre for Settlement of Investment Disputes, per l’arbitrato internazionale.

IL DECRETO ANNUNCIATO – Di fatto, per quanto riguarda i permessi e le concessioni presi in esame, nulla è stato fatto. Sfumata l’ipotesi di un emendamento nella legge di Bilancio (poi ritirato) fonti del governo parlano di un decreto non approvato per un problema di comunicazione tra gli uffici. Il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Davide Crippa, ha annunciato che sarà inserita una norma nel decreto legge ‘Semplificazioni’, che bloccherà i 40 permessi pendenti. E lo stesso vicepremier Luigi Di Maio ha parlato di una norma alla quale si lavora da 8 mesi (“ci siamo quasi”). Un decreto legge potrebbe sospendere (quindi una moratoria) o interrompere i procedimenti in corso, magari prevedendo una tutela per determinate aree o vietare l’utilizzo di determinate tecniche. “Presto – ha annunciato Di Maio – porteremo in parlamento una norma che dichiara l’Air gun una pratica illegale e che renda sconveniente trivellare in mare e a terra”.

LE AREE MARINE EBSA – Nel frattempo, però, c’è da risolvere la questione della zona, che ricade nell’area interessata dai permessi rilasciati, che la Convenzione per la Biodiversità considera di primaria importanza, tanto da inserirla tra le cosiddette ‘Ebsa‘, aree marine di importanza ecologica e biologica. Sono due le aree marine contigue sotto Santa Maria di Leuca in Puglia, che rientrano nell’Ebsa denominata ‘South Adriatic Ionian Straight’ perché contiene habitat importanti e diverse specie protette o di importanza commerciale come il nasello o i gamberoni Aristeus antennatus e Aristaeomorpha foliacea. Qui vivono tonni, pesce spada, la stenella, la foca monaca, la tartaruga marina Caretta caretta. A preoccupare sono gli effetti sonori degli Air gun e le eventuali trivellazioni, deleteri per le attività riproduttive. E le eventuali, successive, trivellazioni potrebbero esserlo ancor di più. Preoccupazioni che erano già state manifestate nel 2017 quando la società petrolifera Global Med LLC ottenne l’ok dal ministero dell’Ambiente per la ricerca di petrolio a largo di Santa Maria di Leuca, meta turistica tra i fiori all’occhiello della regione. Un’autorizzazione valida da 13 miglia dalla costa, poco più in là rispetto al limite di legge fissato in 12 miglia.

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