Ne La ribellione delle élite Christopher Lasch anticipava nel 1995 molti degli argomenti dei populisti di oggi, descrivendo un mondo nel quale i super-ricchi si stavano isolando nei sobborghi delle città, nelle salette vip, nella università globalizzate, sempre più distanti dall’orizzonte culturale, geografico e sociale della stragrande maggioranza della popolazione mondiale.

Oggi queste élite si stanno attrezzando ad affrontare un pianeta sempre più sconvolto dai cambiamenti climatici generati dal riscaldamento globale. Da una parte stanno preparando una trincea finanziaria fatta di polizze assicurative e massicci investimenti, anche immobiliari, in quelle parti del mondo (per esempio la Nuova Zelanda) dove i cambiamenti climatici sembrerebbero avere conseguenze meno drammatiche. Dall’altra sostengono a spada tratta una transizione energetica basata sul “modello Tesla”: la transizione da fonti fossili a fonti rinnovabili avverrebbe tutta al traino di investimenti privati, dopati da incentivi fiscali e commesse pubbliche. A guidare il processo sarebbero capitalisti d’assalto alla Elon Musk. A pagarne il prezzo più alto sarebbero da un lato le classi medie e quelle popolari dei paesi industrializzati, incalzate da continui aumenti di tasse e tariffe, dall’altra gli abitanti dei Paesi più poveri, ai quali verrebbe sbarrata la prospettiva di accedere ad energia a basso costo.

Questo è il contesto nel quale va inserita la recente protesta dei “gilet gialli” francesi contro il rincaro delle accise sulla benzina ipotizzato dal presidente Emmanuel Macron. Se il riscaldamento globale principalmente dovuto all’utilizzo di combustibili di origine fossile è una verità che gli scienziati non smettono di confermare, le soluzioni per limitare drasticamente l’emissione di CO2 non potranno essere tecniche ma implicheranno scelte di campo per scongiurare una transizione prevalentemente a beneficio delle élite del mondo.

In primo luogo gli Stati dovranno interrompere ogni sostegno all’utilizzo dei combustibili fossili (siano essi di carattere fiscale, tecnologico o militare), ma allo stesso tempo dovranno investire massicciamente nella creazione di infrastrutture e tecnologie per la produzione di energie rinnovabili e per l’efficienza energetica. Perché lo Stato? Perché come così come questo è stato essenziale per l’affermazione del petrolio come principale fonte energetica mondiale (si pensi agli investimenti militari o a quelli nelle autostrade), solo essi saranno in grado di investire massicciamente e rapidamente in produzione e in infrastrutture “alternative” alle fossili, senza badare al profitto a breve.

In secondo luogo la fiscalità va spostata dai consumatori (vedi accise sulla benzina) direttamente alle aziende che consumano territorio e che producono combustibili fossili. Questo spostamento della fiscalità dovrà essere coordinato a livello di Unione europea, sia per evitare che gli Stati si facciano concorrenza al ribasso, sia per utilizzare in modo più razionale i proventi della “carbon tax” in infrastrutture e in ricerca energetica su scala continentale. Bisognerà evitare che questo aumento delle fiscalità si risolva unicamente in aumenti dei costi per i cittadini, non solo garantendo la concorrenza fra imprese produttrici, ma anche garantendo ai piccoli consumatori forniture energetiche a prezzi calmierati e facendo pagare di più ai consumatori più energivori (esattamente l’opposto di quanto sta avvenendo in Italia con la fine del “mercato tutelato”).

In terzo luogo bisognerà iniziare a mettere in discussione la natura stessa e il significato di transizione energetica. La storia ci dimostra che più che di transizione da un fonte verso un’altra, meglio sarebbe parlare di aggiunte energetiche. Il carbone non è stato sostituito dal petrolio e dal gas naturale: mai tanto carbone è stato estratto nel mondo come negli ultimi anni. Le energie rinnovabili forse non rimpiazzeranno del tutto fossili, che continueranno a fornire parte del fabbisogno energetico. Dunque una componente centrale della transizione dovrà venire dal miglioramento dell’efficienza e dalle politiche per la conservazione delle risorse naturali, orizzonte che in buone parte contraddice la stessa logica capitalistica (per intenderci quella del “partito del Pil”) fondata sull’aumento del consumo di energia e di risorse naturali.

Dalle proteste contro le accise sulla benzina, agli abitanti di Pechino che dicono silenziosamente la loro indossando una mascherina per lo smog, alla battaglia di Trump per aumentare la produzione petrolifera statunitense, è del tutto evidente che il tema dell’ambiente è oramai sempre più centrale per la politica del XXI secolo. Per evitare che si affermino il modello della transizione alla Tesla o il rifiuto della transizione alla Trump, bisognerà che le analisi degli scienziati si traducano in battaglie sociali e politiche in grado di affermare la logica del pubblico, della partecipazione e della conservazione energetica su quella del partito del Pil e del profitto dei pochi.

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