“Serve responsabilizzarsi sui comportamenti che si adottano quando ci troviamo in rete o sui social media. Bisogna creare una cultura della riservatezza, dato che spesso ci mettiamo in pericolo noi, seminando in modo spontaneo i nostri dati personali”. A rivendicarlo la giornalista Eugenia Romanelli, presentando alla Camera dei deputati il suo libro “Web, social ed eticaDove non arriva la privacy: come creare una cultura della riservatezza”. “Facebook è la più grande banca mondiale di dati del pianeta, ha acquistato WhatsApp, ha Messenger”, spiega Romanelli. E ancora: “Macroscopicamente i dati sono il nuovo petrolio, è già pronto il terreno per una nuova guerra mondiale, legata a chi avrà a disposizione questi dati. A livello microscopico, invece, siamo di fronte a una piaga sociale: hate speech, cyberbullismo, sexting, pedopornografia. La cybersecurity non è più efficace, perché il comportamento problematico è quello del singolo utente. Così si crea un nuovo mercato, quello della Security Awareness, che lavora sulla formazione della singola persona”, ha aggiunto Romanelli. Per poi concludere: “Il legislatore non ha la forza sufficiente, così la regolamentazione non può bastare: serve una cultura di base. Oggi stiamo navigando in un mare senza stelle, è un po’ pericoloso”.
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