Viktor Orbán torna a provocare le istituzioni dell’Unione europea, oltre che i suoi alleati del Partito Popolare Europeo, con una nuova riforma del sistema giudiziario approvata mercoledì dal Parlamento di Budapest. Con l’appoggio della maggioranza dell’assemblea, il governo a guida Fidesz ha ottenuto l’ok alla creazione di un nuovo organo giudiziario per risolvere questioni relative alla pubblica amministrazione. Un nuovo tentativo di accentrare il potere nelle mani dell’esecutivo, visto che ad avere l’ultima parola su nomina, promozioni e stipendi dei giudici che ne faranno parte sarà il ministro della Giustizia, e una nuova sfida ai principi dell’Ue dopo il voto del Parlamento di Bruxelles che ha approvato l’applicazione dell’articolo 7 dei Trattati nei confronti della Repubblica magiara.

Oltre alla contestata “legge degli schiavi”, come è stata ribattezzata dalle opposizioni la riforma approvata dall’assemblea che aumenta le ore di straordinario che i datori di lavoro possono richiedere ai propri dipendenti, a scatenare i fischi e le proteste rumorose della minoranza in Parlamento è stata anche la riforma del sistema di tribunali che hanno il compito di giudicare l’operato della pubblica amministrazione. La nuova legge prevede la creazione di un sistema su due livelli, composto da otto giudici che si occuperanno dei processi in primo grado e da una Alta Corte Amministrativa che potrà, tra le altre cose, rianalizzare i casi giudicati in primo grado.

Sotto accusa è finita soprattutto la competenza del governo su questi organi. Il ministro della Giustizia avrà l’ultima parola sulla nomina dei nuovi giudici dell’Alta Corte e di quelle di secondo livello, potrà scegliere i presidenti dei tribunali e decidere riguardo alle promozioni dei giudici, stabilirà il budget per i tribunali amministrativi e potrà influenzare le nuove nomine previste nel periodo transitorio del 2019, visto che il nuovo sistema sarà operativo dal 1 gennaio 2020. Una riforma che, quando avrà piena attuazione, “indebolirà l’indipendenza del sistema giudiziario” nazionale, ha commentato il Comitato Helsinki per i diritti umani d’Ungheria, con “il ministro della Giustizia che avrà così più poteri del presidente dell’Ufficio Giudiziario Nazionale”.

Se sul fronte interno l’accentramento del potere nelle mani dell’esecutivo e la dura lotta alle opposizioni si scontrano con una scarsa opposizione, visto che alle ultime elezioni di aprile il leader di Fidesz ha sfiorato il 50% dei consensi, è a livello europeo che il primo ministro deve cercare di mantenere un equilibrio che non si trasformi in una rottura insanabile con le istituzioni e gli alleati al Parlamento. Nell’ultimo anno, sono stati numerosi i provvedimenti di Budapest che hanno infastidito anche i più stretti alleati di Orbán. Basta ricordare la cacciata della Central European University, fondata dal suo acerrimo nemico George Soros e costretta a trasferire la propria sede a Vienna, e la creazione di una nuova fondazione che concentra quasi 500 media nazionali pro-Orbán e guidata da uomini vicini al premier magiaro che ha ulteriormente messo a rischio la libertà di stampa nel Paese dopo la tanto criticata “legge bavaglio”.

Questo modo di governare e mantenere ben stretto il potere ha ottenuto non solo numerose critiche fuori dai confini nazionali, ma è costato a Orbán la fama di essere un leader illiberale, contrario ai valori democratici dell’Unione europea, oltre al voto favorevole del Parlamento europeo all’applicazione dell’articolo 7 dei Trattati per gravi minacce allo Stato di diritto che, nella sua fase più avanzata, può portare anche a sanzioni contro il Paese. Un voto che ha ottenuto la maggioranza dei due terzi della Plenaria anche grazie al via libera degli alleati del premier ungherese nel Ppe. “Se diventassi il nuovo presidente della Commissione europea – aveva dichiarato lo Spitzenkandidat dei Popolari, Manfred Weber – aprirò al dialogo con tutti, ma nel rispetto dei valori e dei principi liberali e democratici dell’Ue”. Parole a cui hanno fatto seguito quelle dell’attuale capo della Commissione, Jean-Claude Juncker, che a Orbán ha mandato un avvertimento: “Esca dal partito se non rispetta nostri valori”. Chissà se, dopo quest’ultimo episodio, gli avvertimenti si trasformeranno in atti concreti.

Twitter: @GianniRosini