Evo Morales potrà ricandidarsi per la quarta volta alle elezioni del 2019 per essere eletto presidente della Bolivia. Lo ha deciso martedì scorso il Tribunale supremo elettorale (Tse), nonostante il divieto previsto dalla Costituzione del paese e il referendum del 21 febbraio 2016, in cui oltre il 51% dei cittadini aveva votato contro la possibilità di un terzo mandato. La decisione ha scatenato proteste in tutto il Paese, culminate con lo sciopero nazionale di 24 ore, organizzato dall’opposizione e le reti sociali giovedì 6, in cui è morta una donna di 56 anni negli scontri con il fronte dei manifestanti a favore della candidatura di Morales e del suo vice, Alvaro García Linera.

E già da questo lunedì si preannuncia un’altra settimana calda, visto che i promotori dello sciopero civico, hanno deciso di continuare con la protesta. Hanno dato un ultimatum di 72 ore ai consiglieri del Tribunale supremo elettorale, a partire da lunedì, per far rinunciare o impedire la candidatura di Morales e Garcia, altrimenti partirà uno sciopero della fame in tutta la Bolivia di durata indefinita.

Critica verso la decisione del Tribunale anche la Chiesa cattolica. In un comunicato la Conferenza episcopale boliviana (Ceb) ha sottolineato che “con questa decisione il Tse non ha agito come potere autonomo, suscitando dubbi sulle basi della democrazia e aprendo un futuro incerto per i boliviani”. Il tribunale ha fatto prevalere la Convenzione americana dei diritti umani sulla Costituzione perché “più favorevole ai diritti politici”, accettando così la tesi proposta dal Movimento al socialismo (il partito di governo) nel ricorso presentato, dopo aver perso il referendum per cambiare la Costituzione. La Convenzione, in vigore dal 1978, garantirebbe ai cittadini il diritto ad essere eletti nelle elezioni.

Tuttavia, i sondaggi non sembrano essere favorevoli: il 68% dei boliviani è infatti contrario alla rielezione di Morales, secondo cui invece la decisione del tribunale è “rivoluzionaria” e “del popolo antimperialista”. Di tutt’altro avviso i commenti dell’opposizione, che parla di una “giornata nera per la democrazia boliviana” e accusa governo e potere giudiziario di connivenza. “Il Tribunale costituzionale del regime consuma un golpe alla Costituzione e alla decisione che aveva preso il popolo”, ha commentato Samuel Doria Medina, il leader del principale partito di opposizione, Unidad Nacional.

Morales, al potere dal 2006, ha fatto approvare nel 2009 la nuova Costituzione, che ha permesso la rielezione per due mandati di seguito, ma solo una volta. Obiettivo raggiunto dal presidente nel 2010 con il 64% dei voti, e poi nel 2014 grazie ad un’altra controversa decisione della giustizia, che gli ha aperto le porte per un terzo mandato. Attualmente i sondaggi indicano Carlos Mesa, ex presidente e rappresentante del paese alla Corte dell’Aja nella vertenza marittima persa contro il Cile, come l’unico avversario con reali chances di vittoria alle prossime presidenziali.

“La popolarità di Morales è crollata strepitosamente – rileva l’analista politico boliviano, Carlos Cordero, intervistato dalla stampa locale – per la sua insistenza a voler restare al potere in maniera illegale e illegittima, violando la stessa Costituzione da lui promossa, e non riconoscendo il risultato del referendum del 2016”. Mesa invece è dato in crescita dai inchieste di voto, tanto da avere uno svantaggio sotto l’attuale presidente di soli cinque punti. Se dovesse continuare così, potrebbe essere lui il prossimo premier della Bolivia.

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