Stop agli appalti di pulizia nelle scuole. Il governo ha deciso di stabilizzare i collaboratori scolastici e chiudere definitivamente l’era delle cooperative. Da quasi due decenni il servizio era stato “esternalizzato”: l’obiettivo era ottenere risparmi ed efficienza, l’unico risultato è stato un continuo ricatto occupazionale da parte delle imprese e una serie di problemi più o meno gravi con le gare, mentre centinaia di milioni continuavano a scorrere. Adesso si cambia: dal 2020 la pulizia sarà fatta in tutti gli istituti del Paese solo da personale interno. Significa assumere circa 12mila nuovi dipendenti statali, per un costo di circa 280 milioni di euro ogni anno: sono i soldi che già venivano spesi per pagare le ditte esterne.

L’EMENDAMENTO DEL M5s – La svolta è in un emendamento alla manovra, a firma di Alessandro Fusacchia (Più Europa) e di vari deputati del Movimento 5 stelle, approvato in commissione Bilancio alla Camera: prevede che “a decorrere dal primo gennaio 2020 le istituzioni scolastiche ed educative statali svolgono i servizi di pulizia e ausiliari unicamente mediante ricorso a personale dipendente appartenente al profilo dei collaboratori scolastici”. Niente più ditte esterne, insomma, gli istituti potranno fare tutto da sé. Perché ciò sia possibile avranno ovviamente bisogno di personale proprio: l’operazione è essenzialmente riportare all’interno del Ministero e del sistema statale quelle persone che già sono presenti ogni giorno negli istituti, ma per conto di privati. Per farlo saranno banditi dei concorsi rivolti a chi ha lavorato “senza soluzione di continuità” (cioè sempre) nelle scuole dal ’99 ad oggi, una platea evidentemente ben definita: quella dei cosiddetti “ex Lsu”. E qui torniamo al punto della storia degli appalti di pulizia delle scuole, che va avanti da quasi due decenni senza che sia mai stata trovata una vera soluzione.

CHI SONO GLI EX LSU – Parliamo degli ex lavoratori socialmente utili (Lsu), disoccupati, cassaintegrati o impiegati degli appalti storici o disoccupati che a fine anni ‘90 il governo Prodi aveva pianificato di stabilizzare negli enti locali per la pulizia delle scuole, salvo poi dirottarli nelle cooperative quando si decise di privatizzare il servizio. Da allora una quota dell’organico del personale Ata è stata “accantonata” per dare un impiego a queste persone, in quelle scuole (circa 4mila) che per la pulizia non si servono di personale interno ma si rivolgono a ditte esterne. Tra ex Lsu e altre categorie sono circa 17mila persone in tutta Italia (che lavorano part-time su un totale di 12 mila posti), oltre il 50% al Sud con una forte concentrazione in Campania (e di qui si capisce anche il perché la questione stia particolarmente a cuore al M5s, che nelle Regioni meridionali hanno il loro  “fortino”). L’esternalizzazione, però, è stata un autentico fallimento.

SALARI BASSI E RICATTO OCCUPAZIONALE: L’INGANNO DI SCUOLE BELLE – Per tutto questo tempo, infatti, lo Stato ha pagato centinaia di milioni di euro a imprese private, di cui però solo una parte finiva effettivamente nelle tasche dei lavoratori (parliamo di stipendi quasi sempre inferiori ai mille euro al mese), con il resto perso tra costi di intermediazione (frequenti anche i subappalti), tasse e acquisti di materiali. Quando poi si è provato a ridurre i costi per conseguire finalmente quei risparmi promessi dall’esternalizzazione (ad esempio con Monti, che di recente aveva tagliato i fondi destinati agli appalti), il governo si è ritrovato sotto il “ricatto” delle imprese, che minacciavano di ridurre ulteriormente i salari o addirittura lasciare a casa i lavoratori. Dalla spirale di proteste e trattative sindacali sono sempre usciti costanti rabbocchi di fondi, o addirittura elaborazione di nuovi progetti per accontentare le cooperative: come rivelato da un’inchiesta de ilfattoquotidiano.it, anche “Scuole belle”, il famoso piano varato da Matteo Renzi e spacciato come una grande opera di edilizia scolastica, non era altro che una maniera per far fronte a queste richieste e garantire il livello occupazionale: solo per quello in tre anni sono stati spesi 514 milioni di euro.

AFFIDAMENTI DIRETTI E LA GARA CONSIP “TRUCCATA” – Sul piano sociale è stato un disastro, su quello della legalità se possibile è andata ancora peggio: intorno ai servizi di pulizia si è da subito innescato un business non proprio trasparente. All’inizio il governo aveva deciso di dare l’incarico a delle cooperative per affidamento diretto, operazione che è stata criticata e formalmente censurata dall’Unione europea. Nel 2005 si è passati così ad una gara ad evidenza europea, che però ha visto vincitori i soliti 4 consorzi assegnatari anche in passato. Nel 2013 allora si è stabilito di affidare il bando a Consip, centrale appaltante che avrebbe dovuto finalmente portare risparmi e trasparenza: la gara da 1,6 miliardi di euro è però risultata “truccata”. Un’indagine dell’Antitrust ha dimostrato l’esistenza di un vero e proprio cartello tra le ditte partecipanti, che concordavano le offerte in modo da strappare più soldi allo Stato (la pesante multa è stata solo ridotta dal Tar, che ha comunque confermato l’impianto accusatorio nella sua interezza ); nonostante gli illeciti dimostrati, di recente gli ultimi governi Pd avevano anche prorogato gli appalti “viziati”, in mancanza di una nuova gara per riassegnare i lotti.

SERVONO 280 MILIONI L’ANNO – Quella probabilmente è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il Movimento 5 stelle da tempo aveva messo nel mirino gli appalti di pulizia e adesso che è al governo sembra essere deciso ad intervenire: “Da anni si andava avanti a botte di proroghe, con pesanti ricadute sociali e legali”, spiega Luigi Gallo, deputato M5s e presidente della Commissione Cultura a Montecitorio. “Per noi questa è la norma perfetta: stabilizziamo persone a costo zero”. L’idea, infatti, è quello di finanziare il piano con le risorse che fino ad oggi venivano destinate agli appalti: per circa 12mila posti (la quota “accantonata” dell’organico di personale Ata che ora si intende stabilizzare) il costo dovrebbe aggirarsi sui 280 milioni; resta da individuare la platea dei beneficiari e quindi il numero effettivo delle assunzioni. Non si tratterebbe comunque di una spesa maggiore (sono soldi che venivano già spesi ogni anno) ma un onere in più, anche piuttosto pesante, da iscrivere a carico del bilancio dello Stato. Questa è una delle principali ragioni per cui la stabilizzazione, richiesta da anni, era sempre stata rimandata, tanto più che si trattava di assumere persone senza particolari qualifiche o titoli specifici. L’altra era la resistenza della “lobby” delle coop, che per anni hanno gestito un business milionario e hanno sempre sfruttato tutte le loro influenze per mantenerlo. Ma ora entrambi gli ostacoli sembrano superati.

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