Silvia Romano è viva. Non abbiamo dubbi”. Così il comandante regionale della polizia di tutta la regione costiera del Kenya a Repubblica.it. Parole che fanno sperare i familiari della 23enne, volontaria in un’associazione marchigiana, rapita il 21 novembre a Chakama, villaggio a 80 km da Malindi. Per la sua sparizione in questi giorni sono state fermate 20 persone che hanno dato informazioni utili all’operazione. La polizia intanto ha identificato tre sospetti e ha deciso di offrire una ricompensa di un milione di scellini (circa 9.750 dollari) a chiunque fornirà indicazioni che portino al loro arresto. Noah Mwivanda comunque rassicura: “Silvia si trova nella foresta in mano a tre degli assalitori. Gli altri cinque sono scappati, e ne abbiamo perso le tracce. Di lei invece abbiamo la localizzazione e le impronte. Siamo certi che sia lei perché in caso contrario i tre banditi avrebbero preso tutt’altra direzione, come i loro complici”

Anche un’altra fonte, che preferisce rimanere anonima, ha parlato all’inviata del quotidiano, confermando la notizia e sostenendo che la 23enne è stata vista molto vicina al fiume. Le ricerche, intanto, si estendono su una superficie di oltre 40mila chilometri quadrati. A setacciare la zona tutte le forze di polizia possibili, dotate di cani, droni ed elicotteri. “Siamo vicini. L’area è molto estesa e per questo abbiamo ancora bisogno di tempo. Ma sappiamo la direzione che hanno preso”, continua Mwivanda, sottolineando che, nonostante la collaborazione degli arrestati, non ci sono ancora informazioni sul motivo. “Siamo propensi ad escludere un atto terroristico“, prosegue Mwivanda, entrando quindi in contraddizione con le prime ipotesi. Secondo alcune delle dichiarazioni raccolte dalla polizia, infatti, i criminali parlavano somalo. Un elemento che ha fatto pensare a un rapimento organizzato da Al Shaabab, la milizia islamica somala legata ad Al Qaeda.

Nessun dubbio, invece, sulla divisione del gruppo di rapitori, che hanno affidato l’ostaggio solo a tre persone della banda. Una certezza raggiunta grazie agli “apparati tecnologici” impiegati per le ricerche, probabilmente  visori termici, in grado di rilevare il calore dei corpi anche nella foresta e permettere l’inseguimento dei criminali. Apparecchiature che avrebbero confermato le indicazioni raccolte dagli inquirenti kenyani durante gli interrogatori. “Silvia è una mia amica. È venuta qui, sola, due settimane fa, per denunciare un abuso sessuale su un minore, avvenuto nel suo villaggio”, racconta un poliziotto. Un fatto che, se confermato, potrebbe aprire un’ulteriore pista, dopo quella del terrorismo.

Intanto alle ricerche, oltre alle forze messe in campo dal governo di Nairobi, si sono uniti gli abitanti del villaggio, membri delle famiglie che avevano affidato i loro bambini alla scuola di Silvia e che hanno chiesto di partecipare alle indagini. Alcune testimonianze, inoltre, hanno portato all’individuazione della casa dove vivevano due dei presunti rapitori. Il proprietario dell’alloggio, infatti, ha descritto i due inquilini, arrivati alcuni giorni prima del rapimento e spariti immediatamente dopo a bordo di due motociclette. Una circostanza che farebbe pensare a un’azione pianificata con cura da tempo. Le moto sono state poi ritrovate dagli agenti in due contee confinanti con quella dell’aggressione, Taita Taveta e Tana River.

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