Condanna a 24 anni di reclusione confermata in appello per i due afgani accusati dell’omicidio dell’inviata del Corriere della Sera, Maria Grazia Cutuli, avvenuto in Afghanistan il 19 novembre 2001. La sentenza è della prima Corte d’assise d’appello, presieduta da Andrea Calabria con Giancarlo De Cataldo; 24 anni di reclusione – a conferma della decisione di primo grado del novembre 2017 – sono stati inflitti a Mamur e Zan Jan, entrambi di etnia Pashtun.

I due afghani – indicati con i nomi di Mamur figlio di Golfeiz e Zar Jan figlio di Habib Khan (nel loro Paese non esiste un’anagrafe ufficiale) – erano collegati in videoconferenza da un carcere del loro Paese d’origine; per loro le accuse erano quelle di omicidio e rapina (quest’ultima accusa si riferiva al furto, in concorso con altre persone non identificate, di una radio, un computer e di una macchina fotografica appartenuti alla giornalista Maria Grazia Cutuli). Per l’agguato in cui morì l’inviata del Corriere della Sera, i due afgani stanno scontando in patria rispettivamente 16 e 18 anni di reclusione. Quello conclusosi oggi è il secondo processo celebrato in Italia per l’agguato. In passato fu assolto per dubbi sull’identificazione Jan Mar. Precedentemente erano stati prosciolti per insufficienza di prove Fedai Mohammed Taher e Jan Miwa. Un ultimo imputato, Reaza Khan, fu arrestato e processato nel 2007 a Kabul; fu successivamente giustiziato.

“Questa sentenza dà valore al lavoro di ogni inviato di guerra. Siamo molto soddisfatti per una sentenza che conferma in tutto la ricostruzione del procedimento di primo grado. Questo processo – ha commentato l’avvocato Paola Tuiller, legale della famiglia Cutili – era dovuto a chi si è sacrificato per il suo Paese, è andato in Afghanistan consapevole dei rischi che correva, per rispettare il fondamentale diritto della libertà di stampa, cardine della democrazia. È un risultato che il nostro Paese doveva. Registriamo felicemente questa sentenza anche per l’importante lavoro svolto dalla Digos, dai Servizi segreti afghani, dall’Ambasciata italiana a Kabul, dalla procura di Roma e dalla Procura generale”.  In aula alla lettura del dispositivo era presente Donata Maria Cutuli, sorella di Maria Grazia; all’udienza ha partecipato anche il fratello Mario.

“Prendiamo atto della sentenza di oggi, ma occorre sottolineare una circostanza che oggi il mio cliente ha fatto una denuncia importante: ha detto di essere in carcere per il processo italiano, ma per il nostro Paese non è sottoposto ad alcuna misura restrittiva. Quindi è in carcere senza ragione” dice l’avvocato Massimo Rao Cameni, legale di Mamur. “Mamur è stato arrestato per questi fatti nel 2001, è stato condannato nel suo Paese a 16 anni già scontati, e lo trattengono ancora in carcere; tant’è che si è visto chiaramente che era seduto e legato ai polsi con le catene. Ed è in carcere, secondo quanto lui stesso riferisce, in virtù della condanna in Italia. Ma questo non è vero, perché per il nostro Paese lui non è sottoposto ad alcuna misura restrittiva. Dunque, siamo davanti a un vero e proprio sequestro di persona“.

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