Dopo la decisione del ministero della Difesa di ritirare il ricorso contro la sentenza del giudice di Roma, che riconosceva che lo Stato aveva leso il diritto alla verità della famiglia Davide Cervia, pubblichiamo l’articolo di FqMillennium presente nel numero di aprile

ESTATE 1990. In carica c’è il sesto governo Andreotti e il Presidente della Repubblica è Francesco Cossiga. Gli occhi del mondo sono puntati sul Kuwait invaso dall’Iraq e quelli dell’Italia su un appartamento romano di via Poma dove una ragazza è stata uccisa. Davide Cervia, ex sergente della Marina esperto di guerra elettronica, uno dei pochi militari titolari del nulla osta della sicurezza Nato, non rientra a casa. Da quel 12 settembre di lui si perde traccia e solo il 15 gennaio 2018, 28 anni dopo, il giudice di Roma Maria Rosaria Covelli riconosce che il ministero della Difesa «ha leso il diritto della famiglia alla verità» violando ben quattro articoli della nostra Carta costituzionale.

Aveva l’obbligo «di mettere a disposizione dei familiari e degli inquirenti (cui fu detto che Cervia era un elettricista senza competenze che potessero essere appetibili dai Paesi stranieri, ndr) ogni elemento e dato esatto e completo». Invece «i comportamenti omissivi e negligenti da parte di articolazioni della Marina Militare si sono protratti per un lungo periodo di tempo. E non è stata mai opposta, neanche nel presente giudizio, alcuna particolare e rilevante secretazione di quelle informazioni che, pertanto, dai soggetti che le detenevano andavano tempestivamente e compiutamente fornite». Nessun segreto di Stato, in apparenza. E il magistrato non esclude che il depistaggio possa aver avuto una «incidenza» «sull’andamento del procedimento giudiziario penale». Che i giudici hanno dovuto archiviare.

Le indagini sulla «dissoluzione» dell’uomo si sono chiuse con un nulla di fatto della Procura generale di Roma che però certifica che l’ex marinaio, con brevetti e specializzioni come pochi in Europa, è stato probabilmente sequestrato. Un anziano vicino, Mario, sentì il giovane chiedere aiuto e lo vide trascinare via da alcuni uomini. Un autista dell’Acotral raccontò di aver dovuto fare una manovra brusca incrociando due macchine, una Golf bianca e una verde, sulla Torvaianica-Velletri, all’incrocio tra la via Appia e via Colle dei Marmi. Quella bianca, condotta da un giovane con i baffi, gli tagliò la strada. L’auto, secondo la testimonianza, era tallonata da un’altra Golf verde scuro, con a bordo tre persone, che coprivano i finestrini come per impedire la vista all’interno.

Nel dossier dell’inchiesta che di fatto non c’è mai stata si possono leggere gli appunti del Sismi e del Sisde, in cui si ipotizza di un’azione di Paesi come Libia e Iraq, cui il nostro Stato vendeva armi in tempi in cui stava per iniziare la guerra del Golfo. Nazioni che, dopo l’embargo Onu, non potevano più contare sull’assistenza tecnica dei Paesi venditori.

Ma prima di arrivare a questo primo punto fermo giudiziario – grazie agli avvocati Licia D’Amico e Alfredo Galasso – è stata necessaria un’avocazione del fascicolo aperto dalla Procura di Velletri che per otto anni è rimasto a prendere polvere, per carenza di organico pare, dopo aver accolto piste evanescenti come quella dell’allontamento volontario. Un’ipotesi labile visto che Cervia, prima di uscire dall’ufficio di Enertecnel Sud di Ariccia dove lavorava, aveva chiesto al collega di ricordarsi di portare le uova fresche per i suoi bambini, Daniele ed Erika, quattro e sei anni. L’uomo, poco dopo, si era fermato a comprare un mazzo di rose rosse per la moglie Marisa: fiori ritrovati rinsecchiti nell’auto la cui portiera fu fatta esplodere quando la sua Golf bianca fu trovata dopo una segnalazione anonima il primo marzo 1991.

Non solo: fino alla mezzanotte dell’11 settembre Cervia aveva scavato una buca alla luce di una lampada per permettere al tecnico dell’Enel cui aveva dato appuntamento il 13 settembre di lavorare per spostare il contatore della villetta di Velletri.

Cervia era stato un marinaio, non uno qualsiasi. Forse per questo il giorno dopo la sua scomparsa due agenti del Sios (il servizio segreto della Marina) si presentarono a chiedere informazioni ai Carabinieri. L’ex sergente era stato a bordo sulla nave Maestrale sulla quale c’erano apparecchiature «per la prima volta imbarcate su una nave della Marina» per il sistema di guerra elettronica, come durante il processo civile ha testimoniato l’Ammiraglio Michele Saponaro. Sistema che consente «in periodo bellico di sopravvivere oppure no» ha raccontato al giudice un altro ammiraglio, Francesco Loriga. E si parla di intercettatori radar e ingannatori per le azioni di disturbo elettromagnetico.

Eppure quando Cervia scompare, il foglio matricolare consegnato alla famiglia – che deve essere sempre aggiornato per legge ed è unico – non riporta nulla delle specializzazioni e delle competenze che avevano solo sessanta militari in Italia (di cui quindici in congedo). L’uomo aveva seguito corsi che prevedevano che addirittura la brutta copia degli appunti venisse distrutta e i documenti tenuti in cassaforte per ogni allievo.

Solo il 14 settembre 1994 la famiglia ottiene il documento che certifica la sua specializzazione e capisce perché poteva essere una preda da catturare o una vittima da sacrificare. Impossibile invece verificare se fosse su un volo Air France da Parigi al Cairo il 6 gennaio 1991, perché la documentazione non esiste più da tempo. E dove sia, che cosa faccia Davide Cervia è un mistero, o un segreto, che lo Stato non vuole sciogliere.

«Non è una storia che riguarda una sola persona, qui si cerca di nascondere un traffico di personale tecnico, parallelo a quello delle armi» dice a Fq Millennium la moglie Marisa Gentile. «Noi abbiamo ricevuto testimonianze di ex sottufficiali che hanno ricevuto pressioni, offerte di denaro per andare all’estero. Probabilmente esiste una rete, una struttura che gestisce questo traffico. Si rende necessario il commercio tecnici e quando si possono dare in maniera lecita si fa, quando non si può si ricorre a questi mezzi come hanno fatto con Davide».

Durante il processo civile, Marisa e i suoi figli hanno dovuto rinunciare a chiedere 5 milioni di euro di risarcimento, perché i legali dello Stato minacciavano di invocare la prescrizione. La causa è andata avanti con una richiesta simbolica di un euro, poi accolta dal giudice. Ora aspettano, dopo una prima verità, un po’ di giustizia: «Questa sentenza una piccola speranza la riaccende. Ora si tratta solo di volontà politica, vedremo questo Parlamento di che cosa sarà capace. Ci dicono che vogliono riaprire gli armadi, che vogliono far venire fuori vicende oscure, ma a me sembra che passino gli anni e non cambi nulla. Non è solo la nostra storia, ci sono tanti misteri irrisolti e quello di Davide è tra questi. Noi saremo sempre qui a chiedere conto, perché c’è un ministero che ha mentito e vorremmo sapere perché lo ha fatto».

La signora non ha mai voluto dire chi le telefonò per offrirle un miliardo di lire purché smettesse di cercare suo marito: «Io non so se questa persona che mi ha offerto il miliardo faccia parte di una struttura parallela e segreta, non so, penso a qualcosa tipo Gladio… però faceva parte delle istituzioni. Vorrei dirlo ai magistrati, quando un giorno ci sarà qualcuno che con serietà vorrà occuparsi di questa vicenda».

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