Hanno camminato per quasi un mese e ora la meta è a un passo. Un primo gruppo di migranti che si è messo in marcia con la carovana partita ad ottobre dall’Honduras è arrivato al confine con gli Stati Uniti, a Tijuana, a pochissimi chilometri da San Diego e dalla California. Si tratta di circa 300 persone e sono solo una piccola parte degli oltre 10mila, soprattutto honduregni, ma anche provenienti dal Guatemala e da El Salvador, che rincorrono il ‘sogno americano’.

Tra loro molti appartengono alla comunità Lgbt e cercano asilo negli Usa perché discriminati o perseguitati nei loro paesi di origine. Ad aiutarli alcune organizzazioni per i diritti delle lesbiche e dei gay americane e messicane che hanno messo a disposizione dei pullman per portarli fino alla frontiera. “Siamo stati discriminati anche all’interno della carovana”, hanno denunciato alcuni dei migranti che ora aspettano di essere ospitati in un rifugio prima di entrare in California. I primi 75 membri della comunità Lgbt erano arrivati a Tijuana già sabato mattina, creando un certo scompiglio in città.

Il grosso della carovana è ancora lontano dal confine con gli Stati Uniti. Domenica scorsa in 6500 hanno lasciato la città di Santiago de Quéretaro, diretti a nord ovest, arrivando nelle zone di Guadalajara e Culiacan, nel Messico occidentale. Da là si sono rimessi in movimento, prima un’avanguardia di 800 persone, poi tutti gli altri, verso lo Stato di Sinaloa, attraversando quello di Nayarit.

Dietro la prima consistente carovana, un altro gruppo di 1600 migranti è arrivato a Città del Messico. Lì hanno ottenuto assistenza medica nella “Ciudad Deportiva”, il centro sportivo già utilizzato dalla prima carovana. Una terza, composta da 2000 persone, principalmente salvadoregni, ha raggiunto Veracruz e dovrebbe arrivare nella capitale domani o venerdì. Una quarta e ultima carovana, formata per lo più da abitanti di El Salvador, è stata segnalata dalle autorità e sarebbe composta da circa 1800 persone divise in due gruppi tra gli stati di Oaxaca e Veracruz.

Intanto gli agenti federali Usa che vigilano sui confini hanno chiuso per precauzione alcune strade e hanno rafforzato le difese con filo spinato, barriere e transenne. Già prima di sapere dell’arrivo di un primo gruppo a Tijuana, il presidente Donald Trump, che dal 10 novembre ha bloccato per 90 giorni il diritto di asilo a chiunque entri dai confini sud degli Stati Uniti, ha inviato il ministro della difesa James Mattis al confine per visitare le truppe mandate dal Pentagono. Sono circa 7000 gli uomini schierati tra Texas, California e Arizona.

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