In generale, il diritto dovrebbe servire a risolvere i conflitti fra gli umani senza che questi ultimi debbano mettersi le dita negli occhi. Certo, deve anche trattarsi di questioni di una certa importanza: de minimis non curat praetor, il giudice non si occupa di quisquilie. Però questo caso capitato in un condominio di Priaruggia – ridente sobborgo di una città tropicale chiamata Genova – induce a ricredersi.

Le assemblee di condominio sono notoriamente uno dei flagelli dell’umanità, appena un gradino sotto i maremoti e le cause civili. Se ne avesse mai vista una, Aristotele non avrebbe mai detto che l’uomo è un animale sociale: avrebbe detto che è un animale, punto. E forse le perplessità aristoteliche sulla democrazia si spiegano proprio così: probabilmente pensava a quella sorta di assemblea condominiale in grande che era la democrazia diretta ateniese. Tant’è, quando l’assemblea dello stabile di Priaruggia, il lontano 7 ottobre 2011, ha chiesto al condomino dell’ultimo piano la rimozione di alcuni vasi di fiori, nessuno avrebbe mai pensato che cominciava una settennale odissea legale.

Il condomino dell’ultimo piano, infatti, era un avvocato: e suppongo lo sia ancora, visto che dopo aver impugnato la delibera condominiale davanti al tribunale di Genova, ed essersi fatto dare torto, ha proseguito la lite anche in Appello, dove pure ha avuto torto, su su, sino alla Suprema Corte di Cassazione. Il tutto, si badi, senza che il condominio resistesse, affidandosi a sua volta a un avvocato. Il che spiega perché il condomino di cui sopra abbia intentato la causa: non perché fosse un maniaco delle fioriere, o perché fosse una persona particolarmente litigiosa, ma perché essendo avvocato almeno quella spesa legale la risparmiava.

Dinanzi alla Cassazione, già che c’era, l’attore (si chiama così, forse non casualmente, chi inizia la causa) non ha risparmiato le argomentazioni a proprio favore: la delibera condominiale, a suo dire, violerebbe il diritto di proprietà e sarebbe nulla, fra l’altro, per abuso o carenza di potere nonché per impossibilità e indeterminatezza dell’oggetto. Il 30 ottobre ultimo scorso, sette anni dopo, la Cassazione gli ha dato nuovamente torto, osservando fra l’altro che non si era neppure preoccupato di indicare una disposizione di legge violata dal condominio.

Ora i vasi saranno finalmente rimossi, penserà qualcuno. Macché. Già la corte d’Appello, infatti, aveva osservato che la richiesta di togliere le fioriere non costituiva un’autentica delibera, ma solo un «invito bonario […] di adeguarsi a una richiesta informale». Sicché – questa la beffarda conclusione dell’intera vicenda – mancava persino «l’interesse a impugnare», e tutto ciò ha rappresentato solo un immane spreco di tempo, denaro, e carta. Ora, sono quasi sicuro che qualcuno troverà in questo post un invito implicito a sottoscrivere l’invettiva del ministro della Giustizia Bonafede contro gli azzeccagarbugli. Lungi da me. Anzi, invito l’avvocato a ricorrere alla Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo…