Una petizione europea per mettere fine all’era delle gabbie negli allevamenti di animali perché sono “una crudeltà gratuita, una barbarie istituzionalizzata e anacronistica”. Ma anche e soprattutto una questione di salute. Per questo è stata lanciata martedì 16 ottobre alla Camera dei Deputati la campagna italiana di End the Cage age, iniziativa di cittadini europei che chiedono a Bruxelles di archiviare per sempre l’ingabbiamento a cui sono costretti oltre 300 milioni di animali in Europa. Una raccolta firme che coinvolge una cordata di oltre 130 associazioni in 24 paesi Ue. Solo in Italia sono 19 le associazioni animaliste e non che hanno aderito a quella che gli organizzatori definiscono “la più grande coalizione mai riunitasi per un’iniziativa europea di cittadini”. L’ICE ha raccolto oltre 100.000 firme ad un mese dal lancio a Bruxelles. L’obiettivo è raggiungere un milione di adesioni nell’arco di un anno affinché la Commissione europea esprima un parere sull’argomento.

In Italia sono 50 milioni gli animali che vivono dietro le sbarre in spazi estremamente ristretti. Il 62% delle galline e il 97% dei conigli sono costretti in un’area grande come un foglio A4, senza la possibilità di stendere le ali per le prime o saltare per i secondi. Le quaglie vivono in gabbie che lasciano loro uno spazio grande quanto uno smartphone. Mentre il 94% delle scrofe passa da una gabbia all’altra: quelle da gestazione durante la gravidanza e poi quelle da allattamento, pratica che avviene comunque tra la sbarre. In entrambi i casi gli spazi sono talmente risicati che non possono girarsi, tantomeno prendersi cura dei cuccioli, o camminare abbastanza per fare i bisogni lontano dall’area di riposo come impone loro l’istinto. E l’igiene. Il “tema è importante e di salute pubblica” secondo il ministro della Salute Giulia Grillo, presente al lancio della petizione e tra le prime firme in Italia. “Il mio ministero si occupa anche della parte veterinaria e del benessere degli animali. Parliamo di esseri che provano gioia e dolore: questo è riconosciuto dalla scienza e si riflette nelle nostre scelte. C’è bisogno di maggiore attenzione sia da parte dell’opinione pubblica che della politica”, ha detto Grillo inaugurando la mostra sulle condizioni degli animali che resterà aperta fino al 19 ottobre.

L’articolo 13 del Trattato di Lisbona “definisce gli animali quali esseri senzienti. Per questo è nostro compito tutelarli” ricorda l’eurodeputata M5s Eleonora Evi che si è fatta portavoce italiana di questa campagna a Bruxelles. Secondo il movimento europeo dei cittadini, il sistema delle gabbie non è solo crudele ma coinvolge anche l’ambiente. Per Annamaria Pisapia, membro del Comitato dei cittadini promotore della ICE e direttrice della Onlus Compassion in World Farming Italia Onlus, “gabbie vuol dire allevamento intensivo, ovvero un altissimo inquinamento del suolo e delle acque”. Non solo. “I prodotti di animali che stanno meglio sono prodotti di migliore qualità”. Nelle gabbie non c’è possibilità di muoversi, questo si traduce in muscoli e ossa deboli, mentre la griglia metallica causa ferite, dolori, infiammazioni alle zampe. Lo stress porta gli animali a rosicchiare le gabbie e ad attaccarsi tra loro in episodi di cannibalismo. Da qui la pratica – fuori legge – di tagliare sistematicamente le code ai maiali per evitare che se le mangino a vicenda. Il sovraffollamento – spiegano gli organizzatori a ilfattoquotidiano.it – è la causa di condizioni igieniche scarsissime. Ciò “porta ad un largo uso di medicinali per combattere infezioni respiratorie e intestinali”, racconta Matteo Cupi, direttore esecutivo di Animal Equality Italia, associazione animalista che porta avanti investigazioni sotto copertura negli allevamenti e nei macelli.

In Italia il 71% per cento degli antibiotici è somministrato negli allevamenti, secondo i dati dell’Agenzia europea per i medicinali. “Che poi finiscono nei piatti, portando ad un problema di antibiotico-resistenza”, spiega ancora Pisapia. Senza contare che gli animali producono anche alimenti. È il caso delle galline da uova. “Nell’ultima inchiesta sul campo – spiega Cupi – abbiamo visto galline ammassate all’interno di gabbie in numeri superiori a quelli consentiti, coperte di sporcizia e circondate da cadaveri di topi e galline in putrefazione sul pavimento dello stabilimento. L’allevamento era pieno di acari rossi, di cui le galline e le uova erano completamente ricoperti”. L’Istituto Superiore di Sanità italiano ricorda che il guscio delle uova è poroso e può permettere l’ingresso del batterio della salmonella, eventualmente presente nelle feci della gallina, e che si stima che nel mondo il 50% delle epidemie di salmonellosi sia dovuto a uova contaminate, mentre la carne bovina e suina (consumata cruda o poco cotta) e i derivati del latte possono provocare, rispettivamente, il 15% e il 5% dei casi.

Dunque è una questione di salute, e non è una faccenda “per soli animalisti o vegani”, sottolineano gli organizzatori. E non c’è nessuna contraddizione o ipocrisia nel chiedere il benessere di animali che poi finiscono comunque sulle tavole degli europei, perché “il primo passo è tutelare l’esistenza degli animali che vivono ora – sostiene Annamaria Pisapia – Non si può ignorare che la maggior parte della popolazione mangia carne da allevamenti intensivi”. Secondo Coldiretti il consumo medio annuo di carne – pollo, suino, bovino, ovino – è di 79 chili pro-capite. “È una lotta di civiltà, perché non agire adesso, quando ho il potere di non far soffrire inutilmente degli esseri senzienti e contemporaneamente tutelare la salute di tutti?”.

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