“Ero in Colombia in vacanza, ospite di un’amica di famiglia. Una sera in un ristorante italiano vedo un vino, di quelli che in Italia trovi in qualsiasi supermercato a 4 o 5 euro, venduto a 60 e più. E mi si accende una lampadina”. Sei anni dopo Riccardo Trentini, 27enne genovese, gestisce insieme a due amici un’azienda con 15 dipendenti e un fatturato di oltre mezzo milione di dollari. La Maestri Milano ha sede a Bogotà ed è la maggiore importatrice di vino italiano in Colombia. Il vino europeo, spiega Riccardo, è sempre stato un prodotto di nicchia in Sudamerica: “Qui il vino è per definizione argentino o cileno: nel 2012, quando sono arrivato la prima volta, la quota di mercato dell’Italia era inferiore all’1%”. Così, da studente al secondo anno di Management all’università Bocconi, racconta ai compagni di corso le proprie fantasticherie. “Perché non proviamo a mettere su qualcosa in Colombia?”, chiede agli amici più stretti.

Il primo container? Seimila bottiglie. Se fosse andata male, saremmo tornati a casa

“All’inizio ci siamo messi a ridere”, racconta Danilo Marotta, 35enne di Salerno. “Non sapevamo nulla del Paese e avevamo molti pregiudizi. Come molti italiani pensavamo al narcotraffico e a Pablo Escobar, anche per merito di serie e tv che raccontano la Colombia di trent’anni fa. Invece le condizioni delle città e dell’economia si sono evolute moltissimo”. “Ho pensato che Riccardo fosse impazzito, o che si fosse innamorato di qualche colombiana – dice Carlo Angius, il terzo socio, 30enne di La Maddalena – poi mi sono fatto convincere. Ma all’inizio è partito come un gioco, un esperimento per vedere se eravamo capaci”. E ha funzionato. “Forse devo ringraziare qualcuno lassù, perché il primo container che abbiamo fatto arrivare dall’Italia era come un all-in sul tavolo da gioco”, ricorda Riccardo. “Erano 6mila bottiglie: se fosse andata male, saremmo tornati a casa. Per fortuna avevamo scelto dei buoni vini, siamo stati bravi a consegnarli in fretta e a spiegare le loro caratteristiche ai ristoratori di Bogotà, che non li avevano mai visti. È andata benissimo: la richiesta era così alta che abbiamo dovuto fare una spedizione straordinaria, via aereo, per non finire le scorte”.

Ora Riccardo, Danilo e Carlo vivono a Bogotà da cinque anni, hanno assunto quindici dipendenti (tutti colombiani) e riforniscono oltre 400 ristoranti e locali in sei città: Bogotà, Barranquilla, Santa Marta, Cartagena, Cali e Medellin. E nella capitale hanno aperto il primo negozio di prodotti italiani. Ciò per cui saranno sempre grati alla Colombia, dicono, è la fiducia che hanno avvertito intorno a sé: “Qui nessuno ci ha mai guardato male perché siamo giovani“, spiega Danilo. “In Italia esserlo è visto come un difetto, anche nelle aziende di maggior successo. Qui invece è un fattore che genera entusiasmo“. Riccardo conferma: “Quando mi sono rivolto ai produttori italiani per spiegare la mia idea, avevo 22 anni ed ero appena uscito dall’università. Quasi la metà mi ha sbattuto la porta in faccia senza nemmeno ascoltarmi. Per fortuna qualcuno è stato più coraggioso, e ci ha permesso di partire. Credo che non ne siano pentiti“.

Ma in Italia c’è una qualità della vita che non esiste altrove

I tre sono sicuri che, senza emigrare, non avrebbero mai raggiunto questi risultati. “In Italia il mercato è saturo, c’è confusione sulle leggi, sulla tassazione e si guarda con pessimismo al futuro”, dice Riccardo. “Qui, invece, la convinzione generale è che domani si starà meglio. Il Paese è in fortissimo sviluppo, anche grazie all’accordo tra governo e Farc che ha posto fine a un conflitto durato oltre cinquant’anni”. “Molti pensano alla Colombia come a un Paese instabile – aggiunge Carlo – ma la verità è che ha una tradizione repubblicana più antica dell’Italia, e negli ultimi 40 anni non c’è stato un governo che sia caduto prima della naturale fine della legislatura. Dopo la pacificazione, che ha fruttato al presidente Juan Manuel Santos il premio Nobel per la pace nel 2016, la situazione politica è ulteriormente migliorata”.

Ma per tutti e tre l’obiettivo, a lungo termine, è quello di tornare: “In Italia c’è una qualità della vita che non esiste altrove – ammette Riccardo -. Anche solo prendere un caffè in un qualsiasi centro storico ti mette in pace con te stesso. Eppure il clima è depresso, i governi cadono come foglie, le riforme vengono smantellate da un anno all’altro ed è impossibile, per un imprenditore, programmare il futuro a lungo termine. Ma come sono riuscito a portare un po’ d’Italia in Colombia, così mi piacerebbe un giorno portare i prodotti del mio Paese adottivo in quello che mi ha visto nascere”. Sperando di non trovare altre porte chiuse. Tra parentesi: Riccardo si è innamorato davvero di una colombiana. È Catalina, con cui convive da un anno.

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