Si stringe l’assedio attorno a Theresa May, in vista del congresso del Partito conservatore in cui in molti prevedono uno scontro frontale tra il primo ministro e l’ala più intransigente dei Tory. Al centro della bufera che da mesi spira sulla premier ci sono le difficoltà che il governo sta incontrando nelle trattative con l’Unione europea sulla Brexit. L’uscita del Regno Unito dall’Ue avverrà ufficialmente il 29 marzo 2019, ma per questioni di carattere tecnico l’intesa che dovrebbe essere trovata entro novembre appare ancora molto lontana. “Siamo nell’impasse” e per Londra “nessun accordo è meglio di un cattivo accordo”, ha detto May in un discorso alla nazione pronunciato da Downing Street all’indomani del vertice Ue di Salisburgo. Il governo britannico ha sempre trattato l’Ue “con nient’altro se non rispetto” e “il Regno Unito si attende lo stesso” da Bruxelles, ha detto ancora la premier lasciando trasparire la sua irritazione per i toni e l’atteggiamento tenuto dei leader dei 27.

Quella di giovedì era stata l’ennesima giornata difficile per la May. In conferenza stampa al termine del vertice Emmanuel Macron aveva definito le proposte del governo britannico sulle relazioni commerciali post Brexit “inaccettabili”, perché non rispettano il mercato unico. Tema sul quale era stato altrettanto chiaro il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk: “C’è bisogno di compromessi da entrambe le parti”, ma “deve essere chiaro che ci sono questioni dove non siamo pronti al compromesso: prima di tutto le libertà fondamentali e il mercato unico. Ecco perché restiamo scettici e critici su questi punti del piano di Chequers”, concordato a luglio e già costatole le dimissioni di due ministri, che “non funzionerà” su tali questioni.

Se a livello di faccia a faccia tutto è rimandato al vertice straordinario convocato per il 17 e il 18 novembre, le questioni restano sul tavolo. Il principale nodo, per un accordo Bruxelles-Londra, resta sempre lo stesso: i confini tra Irlanda e Irlanda del Nord e, a cascata, il mercato unico. Il premier britannico continua ad essere convinto che il suo piano sia “il più serio e concreto sul tavolo” ma, in attesa dell’incontro di novembre che può farle guadagnare un mese di tempo anche per lavorare sul fronte interno al suo partito, evita la linea dura. E lancia un ramoscello di ulivo, con una formula anch’essa studiata per prendere tempo: una nuova proposta sui confini dell’Irlanda “a breve“.

Concetto lasco, che le può permettere di continuare a giocare su due piani, apparentemente sempre più scivolosi. Lasciando sempre aperta la porta del ‘no deal’. Tutti “concordiamo – aveva detto giovedì lanciando la nuova proposta – sul fatto che non ci può essere un accordo” di divorzio “senza un backstop (la clausola di salvaguardia cioè per mantenere l’Irlanda del Nord all’interno delle regole dell’unione doganale in caso di mancato accordo) legalmente vincolante“, a garanzia del mantenimento di una frontiera aperta in Irlanda, solo che questo backstop non può separare l’Ulster dalla Gran Bretagna e “dividere il Regno Unito in due territori doganali”.

Riguardo la questione del mercato unico il modello norvegese, con la permanenza di Londra nell’Area Economica Europea, non va bene perché, ha spiegato oggi May, “tradotto in inglese semplice, significherebbe per il Regno Unito” diventare un Paese vassallo: “sottomesso a tutte le regole dell’Unione, con la continuazione di un’immigrazione incontrollata dall’Ue e nell’impossibilità di stringere accordi commerciali con Paesi terzi”, “una presa in giro del referendum” sulla Brexit. Mentre il modello alternativo canadese di un accordo di libero scambio sarebbe “anche peggio”, poiché nell’ottica di Bruxelles andrebbe associato “alla permanenza di fatto della sola Irlanda del Nord nell’Unione Doganale e nel Mercato Unico”: una garanzia del mantenimento d’una frontiera irlandese aperta come prescrivono gli storici accordi di pace del Venerdì Santo, ma che secondo la premier Tory avrebbe come conseguenza “la separazione permanente” dell’Ulster dal resto del Regno Unito.

I laburisti attaccano: il discorso di oggi dimostra che la premier conservatrice “è incapace di portare a casa un buon accordo”, ha detto il leader Jeremy Corbyn. “La sua strategia negoziale – rincara Corbyn – si è rivelata un disastro. I Tories spendono più tempo a litigare fra loro che a negoziare con l’Ue. I giochi politici sia dell’Ue sia del governo devono finire perchèéun ‘no deal’ non è un’opzione“.