L’integrazione come investimento. Questo è il momento per farlo. Perché il calo degli sbarchi in Italia nel 2018 ha consentito un risparmio di circa un miliardo di euro solo quest’anno. E perché insegnare la lingua italiana agli stranieri, garantire loro l’istruzione e la formazione professionale e puntare sulle politiche attive del lavoro può produrre benefici economici al nostro Paese. È quanto rileva lo studio Migranti: la sfida dell’integrazione alla stesura del quale hanno collaborato la fondazione umanitaria Cesvi e l’Ispi (Istituto per gli Studi di politica internazionale). L’analisi mira a quantificare i costi e i benefici che deriverebbero da un più incisivo e strutturato processo d’integrazione dei migranti presenti in Italia. La proposta, quindi, è quella di utilizzare le risorse risparmiate grazie al calo degli sbarchi per rafforzare questo processo. L’alternativa, secondo lo studio, è quella di lasciare le cose come stanno. Solo che già oggi il gap d’integrazione registrato in Italia tra migranti (in particolare richiedenti asilo e rifugiati) e nativi, genera maggiori costi sociali che si ripercuotono e gravano a cascata sull’intera popolazione.

Il calo degli sbarchi e i risparmi per la spesa pubblica
Dallo scorso anno gli sbarchi in Italia sono diminuiti di oltre l’80%, ma negli ultimi cinque anni il numero di rifugiati e altri beneficiari di protezione internazionale è aumentato di 180mila persone e ci sono ancora circa 130mila richiedenti asilo in attesa. Il calo degli sbarchi, però, ha consentito un notevole risparmio in termini di costi evitati. Sulla base dei dati più recenti della Corte dei Conti, si stima il costo medio giornaliero pro capite dell’accoglienza in ciascuna regione in 27,1 euro, ai quali è necessario aggiungere 8,8 euro per servizi sanitari e istruzione. Il risultato finale mostra che la spesa ammonta a 35,9 euro al giorno (per migrante) e rivela un costo annuo di 13.104 euro (1.092 euro al mese). A questi si sommano 204 euro per la valutazione della domanda d’asilo, che portano il totale a 13.308 euro per migrante nel corso di dodici mesi. Prendendo come riferimento l’analisi degli sbarchi negli anni passati e considerando che ogni migrante sbarcato nel 2017 sarebbe rimasto per (almeno) dodici mesi a carico dello Stato italiano, il risparmio della spesa pubblica relativo ai primi dodici mesi di calo degli sbarchi ammonta a circa un miliardo di euro. “Negli anni successivi al primo – rivela lo studio – la stima media del risparmio sfiora i 2 miliardi e, nello scenario massimo, supera i 2,5 miliardi”.

L’integrazione come investimento
Lo studio suggerisce di investire queste risorse nel rafforzamento del processo d’integrazione. Non è solo una questione etica, ma una scelta economica. Perché anche la mancata integrazione ha dei costi. “Una maggiore spesa in integrazione oggi è un fattore importante per aumentare la probabilità che gli stranieri riescano a trovare un lavoro, generando ricadute positive dal punto di vista economico, ma anche sociale” scrivono Cesvi e Ispi. Investire oggi in spese per l’integrazione significherebbe ritrovarsi in futuro da un lato con costi minori (meno assegni di disoccupazione e meno criminalità, tanto per fare due esempi) e dall’altro con maggiori benefici (un reddito più alto, maggiori consumi che alzano il Pil del Paese, maggiori entrate fiscali per lo Stato). Nello studio si ricorda il risultato di una recente simulazione dell’impatto sulle finanze pubbliche di un cambiamento nella spesa per l’integrazione degli stranieri nell’intera Ue. È stato così calcolato che, in caso di investimenti in integrazione quasi doppi rispetto a quelli attuali, il Pil dell’Unione europea sarebbe superiore di un valore compreso tra lo 0,6% e l’1,5% rispetto a quanto lo è oggi. “Lo scenario d’integrazione avanzata – spiegano gli autori del lavoro – malgrado i maggiori costi presenti, permetterebbe a rifugiati e richiedenti asilo di accedere al mercato del lavoro dei Paesi di destinazione in maniera tanto più rapida ed efficace da generare nel tempo ricadute positive non soltanto per i migranti, ma per tutti i cittadini”.

L’alternativa è lasciare che l’Italia continui a pagare i costi della mancata integrazione. Un gap che si manifesta in quattro dimensioni fondamentali: l’accesso al mercato del lavoro, l’accesso e la performance nel sistema educativo nazionale, lo stato di salute e l’accesso ai servizi sanitari e i costi sociali (povertà, emarginazione, criminalità).

Lavoro e istruzione
Per quanto riguarda il primo aspetto, quello del lavoro, il tasso di occupazione dei migranti giunti nei Paesi europei per motivi umanitari resta molto basso per diversi anni dal loro primo ingresso in Europa, anche a causa delle politiche pubbliche vigenti e della scarsa propensione dei datori di lavoro ad assumere richiedenti asilo e rifugiati. Un’elevata differenza si registra anche tra i livelli di retribuzione: non soltanto uno straniero non comunitario ha un reddito netto medio di oltre un terzo inferiore rispetto a un italiano, ma negli anni questo gap è andato persino aumentando. Guardando a richiedenti asilo e rifugiati, secondo i dati Sprar (2017) oltre i due terzi dei beneficiari ha frequentato un corso di pre-alfabetizzazione o un corso di lingua base, denotando una scarsa conoscenza della lingua italiana. L’accesso al sistema scolastico italiano rimane quindi cruciale per ridurre questo gap e favorire il processo d’integrazione: l’83% dei minori iscritti a scuola ha beneficiato di un miglior inserimento socio-culturale nella vita di tutti i giorni, il 61% è stato facilitato nell’apprendimento della lingua, e il 44% è stato avvantaggiato nel suo percorso di inclusione.

Salute e costi sociali
Passando ai servizi sanitari, agli stranieri regolarmente residenti viene richiesto di iscriversi al Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), ma anche questo passaggio è spesso soggetto a complicazioni, difficoltà e lentezze burocratiche. Nel 2016 circa il 56% dei beneficiari accolti nella rete Sprar ha avuto difficoltà a iscriversi al Ssn. Infine i costi sociali: oltre la metà della popolazione di stranieri non comunitari residenti in Italia (Eurostat 2016) è a rischio di povertà o esclusione sociale, una quota doppia rispetto a quella dei cittadini italiani. Cosa che incide anche sull’inserimento abitativo: nel 2016, quasi l’80% degli stranieri indicava la precarietà lavorativa come principale difficoltà per trovare un alloggio. “Tutto ciò non può che avere degli effetti anche sulle differenze del tasso di criminalità tra italiani e stranieri – conclude l’analisi – in larga misura spiegate dallo status di regolarità o meno di questi ultimi. Gli stranieri regolari, infatti, tendono a essere denunciati con una frequenza non molto dissimile da quella dei cittadini italiani”.