Le femministe della Casa Internazionale delle Donne, i ragazzi con problemi di apprendimento de Il Grande Cocomero, i giovani di estrema sinistra dell’Angelo Maj e quelli un po’ più “radical-chic” del Brancaleone, i curdi dell’Ararat piuttosto che i musulmani del Centro Islamico di Ostia, gli ex-compagni del Pd Giubbonari e Villa Gordiani e gli ex-camerati di Fdi Colle Oppio. Onlus diverse, storie distinte, motivazioni differenti, un unico destino: chiudere i battenti. E la sentenza della Corte dei Conti di Roma, arrivata a fine agosto, che condanna la Romeo Gestioni al pagamento di oltre 1 milione di euro al Campidoglio per lo scandalo di Affittopoli, paradossalmente, potrebbe rappresentare il colpo di grazia. In comune, queste associazioni hanno il numero “140”, quello che identifica la delibera del 2015 approvata dalla ex Giunta capitolina guidata da Ignazio Marino, utilizzata dall’attuale esecutivo di Virginia Raggi come bibbia per il riordino delle concessioni assegnate più o meno allegramente dal Campidoglio, quando ad abitarlo erano Francesco Rutelli e Walter Veltroni.

La bellezza di 900 immobili comunali dal centro alla periferia assegnati a organismi no profit (in teoria) di tutti i tipi, di estrazione culturale di sinistra o di destra, aggiudicati negli anni a prezzo calmierato (all’80% del costo di mercato) ai sensi di due delibere rutelliane, la 26/1995 e la 202/1996. Provvedimenti pensati oltre 20 anni fa per sanare una giungla fatta di occupazioni e regali agli amici degli amici, ma anche di progetti meritori non auto-sostenibili economicamente. Oggi, al termine di almeno tre lustri passati fra sciatteria amministrativa, caos nei rinnovi delle concessioni e morosità vere e presunte, la sindaca Raggi sta proseguendo il lavoro iniziato da Marino e accelerato dal commissario prefettizio Francesco Paolo Tronca: chiudere gran parte delle sedi delle associazioni concessionarie.

LA 140/2015 E L’INTEGRAZIONE DEL M5S – La stella polare, come detto, è la delibera di Marino, votata da tutti gli assessori Dem all’epoca in carica (Luigi Nieri, Alessandra Cattoi, Giovanni Caudo, Francesca Danese, Guido Improta, Marta Leonori, Giovanna Marinelli, Estella Marino, Paolo Masini e Silvia Scozzese) e poi ratificata a maggioranza dall’Assemblea Capitolina. Nel provvedimento, per chi aveva realizzato attività commerciali non inerenti al progetto iniziale o semplicemente risultava moroso, si deliberava “l’avvio delle procedure finalizzate al recupero della disponibilità dei beni” in concessione e a “provvedere alla definizione di bandi ad evidenza pubblica per l’assegnazione”, con l’unica eccezione relativa a “Enti, Organismi o Associazioni che svolgono comprovate attività socialmente utili di interesse cittadino o municipale, su delega o per conto di Roma Capitale” e “Enti ed Organizzazioni internazionali riconosciute dall’Onu”.

Non che l’attuale amministrazione non ci abbia messo il carico. Il 9 agosto 2016, appena insediatisi, i consiglieri pentastellati annunciavano l’avvio dei lavori per scrivere “una nuova disciplina sull’uso dei beni del patrimonio indisponibile di Roma Capitale”, azione che – a detta della maggioranza – avrebbe dovuto congelare gli sgomberi. Invece, il 22 febbraio 2017 la giunta Raggi, su proposta del vicesindaco Luca Bergamo, ha approvato la delibera 19 che rafforza l’esecutività della 140/2015, pur stabilendo delle priorità: si autorizza, infatti, “il Dipartimento Patrimonio a procedere prioritariamente con l’esecuzione degli sgomberi degli immobili gestiti da Organismi in regime di concessione (…) per proseguire con gli immobili in uso ad altri organismo e con quelli che ospitano attività socio-culturali senza fine di lucro in ausilio all’Amministrazione nell’ambito delle attività istituzionali di quest’ultima”.

LE SENTENZE E I MANCATI DISTINGUO – Va detto che i provvedimenti intrapresi negli ultimi tre anni non prendono spunto da un impeto improvviso di legalitarismo, bensì dalla spinta della Corte dei Conti che, dopo l’esplosione dello scandalo Affittopoli nel 2015, ha iniziato a scandagliare una a una tutte le assegnazioni e ha fatto confluire i mancati introiti per il Comune in un presunto danno erariale da oltre 100 milioni di euro. Un calderone gigantesco in cui è finito di tutto: dalle ville dell’Appia Antica divenute location per ricevimenti al Telefono Rosa, dai casali trasformati in ricchi club e discoteche ai centri per i malati di sla, dalle sedi dei partiti politici ai comitati per le campagne elettorali.
Inizialmente, l’inchiesta dei magistrati contabili non aveva avuto successo. I dirigenti del Dipartimento Patrimonio, messi alla sbarra dalla Procura contabile, sono stati via via assolti e le associazioni esentate dal pagare morosità rispetto a indennità d’uso che mai nessuno gli aveva chiesto di pagare. Poi è arrivata l’intuizione dei legali della difesa, che hanno consegnato la vera “notizia di reato” ai pm contabili, ovvero il contratto sottoscritto nel 2005 da Veltroni con la Romeo Gestioni. Resta la sentenza del Tribunale del Riesame, che ha riammesso i concessionari del Brancaleone nello storico immobile di via Nomentana che erano stati costretti a lasciare pochi mesi prima, perché “dai regolamenti comunali non è possibile quantificare qual è il contributo socio-culturale di ciascuna associazione” rispetto alla quota di mercato.

CHI CHIUDE E CHI RIMANE – Così, nell’ultimo anno e mezzo c’e’ chi ha lasciato subito le chiavi al Campidoglio, chi resiste nonostante gli avvisi di sfratto e chi nel frattempo vince le cause. Si sono salvate grazie al Tar le sedi di Viva la Vita Onlus, quella dell’Associazione Motulesi e altre associazioni indiscutibilmente no profit; stanno via via abbandonato la battaglia, al contrario, i partiti politici come il Pd e Fratelli d’Italia e i sindacati, dalla Cgil all’Unione Inquilini.

Resta, ingombrante, il tema delle associazioni storiche che si aiutano attraverso forme di autofinanziamento, come i centri sociali. E’ il caso dell’Angelo Maj, area che da sempre che ospita eventi di sinistra ma anche concerti, dj-set, bar, ristorante e che spesso fa pagare un biglietto per il suo ingresso: altre esperienze simili come il Circolo degli Artisti, l’Init e via dicendo hanno già chiuso i battenti da mesi. E poi ci sono esperienze di lotta la cui importanza è ormai riconosciuta, come (appunto) la Casa Internazionale delle Donne, per la quale la sindaca Virginia Raggi annuncia “un nuovo progetto”. Ma chi decide cosa vale la pena di salvare e cosa no? Attualmente vince la discrezionalità. Nell’attesa di questo “nuovo regolamento”, in cantiere da almeno due anni ma che sembra non arrivare mai.

IL NUOVO REGOLAMENTO – Il testo è stato annunciato per la prima volta nell’agosto del 2016 dalle allora neo consigliere Maria Agnese Catini e Viviana Vivarelli, rispettivamente presidenti delle commissioni Politiche Sociali e Patrimonio. La mozione votata nei primi mesi di amministrazione si è tradotta in un accenno contenuto nella già citata delibera di Giunta 19/2017 in cui si parla “di dare impulso ad ogni azione finalizzata ad addivenire alla sottoposizione, in tempi brevi, all’Assemblea Capitolina della proposta di deliberazione concernente il Regolamento sulle concessioni del patrimonio demaniale e indisponibile”. La prima bozza è arrivata in Commissione Patrimonio l’8 febbraio 2017. “Il nostro intento – aveva spiegato Vivarelli – è portare avanti un percorso di inclusione e partecipazione della cittadinanza”, tutto ciò “nel rispetto delle regole” per “intervenire con uno strumento adeguato in un panorama complesso come quello ereditato dalle precedenti amministrazioni”. La bozza è stata fortemente contestata al comitato Decide Roma, che ha sposato la causa delle onlus concessionarie. Il provvedimento è ancora incagliato anche se Vivarelli assicura: “Stiamo continuando a lavorare alla bozza e presto sarà in Commissione”.

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