Avviare un’indagine su altri vertici delle forze armate per “genocidio“, “crimini contro l’umanità” e “crimini di guerra” commessi contro i musulmani Rohingya. Così l’Onu punta il dito contro l’esercito birmano e si scaglia anche contro il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi: “La leader non ha utilizzato la sua posizione per contrastare gli avvenimenti”, si legge in un report pubblicato il 27 agosto. A un anno di distanza dall’esodo della minoranza musulmana, le Nazioni Unite hanno calcolato che sono stati più di 313mila i profughi arrivati in Bangladesh per fuggire dalle violenze scoppiate nel nordovest della Birmania.

La Missione Onu per l’accertamento dei fatti, creata dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite a marzo del 2017, non è stata autorizzata a entrare nel Paese e le sue conclusioni si basano sui colloqui avuti con 857 vittime e testimoni. “I principali generali, compreso il comandante in capo Min Aung Hlaing, devono essere oggetto di indagine ed essere perseguiti”, scrivono gli investigatori che tentano di far luce sui crimini commessi tra agosto e dicembre del 2017. Oltre 700mila musulmani Rohingya sono fuggiti dalla Birmania, a maggioranza buddista, a seguito di un’offensiva dell’esercito birmano lanciata in risposta ad attacchi contro posti di controllo alle frontiere da parte di ribelli. Offensiva giudicata spropositata dalla comunità internazionale: Zeid Ràad al-Hussein, Alto Commissario Onu per i diritti umani, lo scorso settembre aveva denunciato il palesarsi di una vera e propria “operazione di pulizia etnica. Stando alle stime fornite da Medici senza frontiere sono 10mila i Rohingya morti per mano dell’esercito birmano.

“Con atti e omissioni le autorità civili hanno contribuito al fatto che venissero commessi crimini atroci”, si legge ancora nel rapporto. Pur riconoscendo il “poco margine di manovra” e di controllo sull’esercito, l’organizzazione accusa Aung San Suu Kyi di non aver usato non solo la sua posizione “de facto di capo del governo”, ma neanche “la sua autorità morale, per contrastare o impedire il dipanarsi degli eventi nello Stato di Rakhine“. Il Nobel per la pace è stata più volte criticata e attaccata dalle organizzazioni internazionali come Amnesty International e Unhcr per aver non solo ignorato, ma anche negato che avvenissero violenze nel Myanmar. “Non ci si sta massacrando a vicenda” aveva dichiarato Suu Kyi in un discorso molto atteso, lo scorso settembre.

Precisamente la Missione Onu chiede al Consiglio di sicurezza di rivolgersi alla Corte penale internazionale o di stabilire un tribunale internazionale ad hoc. Le richieste sono chiare: sanzioni mirate contro i responsabili dei crimini e un embargo sulle armi. Se il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha più volte chiesto alla Birmania di fermare le operazioni militari e di consentire il ritorno in sicurezza dei Rohingya, le sue iniziative vengono bloccate dalla Cina. Il Paese è infatti primo sostenitore della Birmania e, in quanto membro permanente del Consiglio Onu, ha diritto di veto.

L’allarme minori di Save The Children –  Un bambino Rohingya su due è rimasto orfano dopo aver subito violenze brutali ed essere stato esposto al rischio di sfruttamento e abusi. Questa è la denuncia della ong che si batte per i diritti dei minori, nel rapporto “Child Alert“. Il futuro dei minori appare senza prospettive, mentre vivono in campi per rifugiati angusti: sono oltre 500 mila i bambini Rohingya a cui attualmente è negata la possibilità di ricevere un’istruzione adeguata. Dal rapporto stilato da Save the Children emerge che il 70% dei bambini intervistati è stato separato dai genitori o da maggiorenni di riferimento per conseguenza diretta di attacchi violenti, il 63% durante assalti contro i villaggi e il 9% nella fuga verso il Bangladesh.  Dati allarmanti che “non possono pretendere di essere rappresentativi di tutti i bambini rifugiati orfani e soli a Cox’s Bazar, ma dipingono comunque il quadro spaventoso di un sanguinoso conflitto in cui i civili sono stati presi di mira e uccisi in massa”.

“La comunità internazionale – dichiara Michael McGrath, direttore di Save the Children in Birmania- deve fare di più per trovare una soluzione duratura alla crisi che consenta il rimpatrio sicuro, dignitoso e volontario dei rifugiati Rohingya, che rispetti i diritti fondamentali dei bambini e delle loro famiglie e sia sostenuto dal diritto internazionale”. Per il 2018 era stato sovvenzionato un piano di risposta congiunto di 950 milioni di dollari, ma attualmente è stato finanziato solo per un terzo. I progetti in cantiere riguardano programmi atti alla protezione e accesso all’istruzione, salute e nutrizione.

“Dodici mesi fa, i nostri operatori sul campo hanno visto i bambini che arrivavano in Bangladesh da soli, così angosciati, affamati ed esausti da non riuscire neanche a parlare. Abbiamo subito creato degli spazi sicuri per questi bambini affinché potessero ricevere supporto 24 ore al giorno mentre cercavamo di rintracciare i loro familiari. Un anno dopo, ci è purtroppo chiaro che per molti di loro, questa riunificazione non avverrà mai”, afferma Mark Pierce, direttore in Bangladesh di Save the Children. “Questi bambini sono tra i più vulnerabili del pianeta e hanno dovuto ricostruirsi in qualche modo un’esistenza completamente nuova nei campi, senza la madre o il padre, in un ambiente in cui sono molto più vulnerabili ed esposti al rischio di tratta, matrimoni precoci e altre forme di sfruttamento“.

 

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