È il quarto giorno di navigazione per l’Aquarius, che al momento in cui scriviamo sta entrando nella Sar zone davanti alla Libia per posizionarsi in attesa di un salvataggio. Ed è il giorno delle “prove generali”: i gommoni vengono lanciati in mare per due volte durante la giornata, una al mattino e un’altra nel pomeriggio mentre un peschereccio dalla nazionalità ignota passa a poche miglia di distanza. Le esercitazioni hanno lo scopo di testare ruoli e dinamiche, posizioni sui gommoni, manovre possibili e necessarie alle operazioni di salvataggio. 

Aquarius dispone di tre imbarcazioni veloci di soccorso, con strumenti galleggianti di emergenza. I giornalisti salgono – uno alla volta – sulla Easy I, la lancia con a bordo il team medico di Medici senza frontiere e guidata da Baptiste. Qui viaggia il coordinatore delle operazioni a mare, Tanguy: il bretone urla istruzioni, dirige, dispone. Quando il gommone aumenta la velocità e prende letteralmente il volo, resta in piedi a prua, di fronte al mare, in un equilibrio che è un mistero imperscrutabile mentre chi scrive si aggrappa disperatamente a corda e sostegni anche a imbarcazione ferma. 

Il piccolo equipaggio si muove in una danza efficace i cui movimenti ricordano quello che succede su una barca a vela. Si testa il lancio di salvagenti a persone finite in mare, il recupero delle “banane”, termine gergale per indicare grandi galleggianti tubolari che vengono messi in acqua in mezzo ai naufraghi per un primo appoggio e stabilizzare la situazione. “Spesso non sanno nuotare, e sono sempre molto deboli”, spiega Alessandro, torinese dalla storia legata a doppio filo a mare e navi. 

Sull’altra lancia, la Easy II, viaggiano il mediatore culturale, Ben o la sua collega Seraine, il fotografo di SOS Mediterranée, Guglielmo, Theo e Basile, mentre a guidare è Jeremie. E c’è anche Easy III, più piccolina: a guidarla è Viviana, catanese di 38 anni. “La sento un po’ mia”, racconta sul ponte, sotto al sole, tra una manutenzione e l’altra. Due figli, brevetto da bagnina, ha sempre lavorato in Sicilia con i migranti nei campi. È a bordo dell’Aquarius dallo scorso dicembre. Ne ha viste tante, come molti qui. “Ogni soccorso è differente: semplice, complesso, drammatico. Quello che resta impresso nella mia mente è il più tragico che abbiamo fatto, il 27 gennaio scorso: abbiamo perso diverse vite”, dice la soccorritrice. “Abbiamo recuperato a bordo dodici persone in stato di incoscienza. Nove erano bambini, bambini molto piccoli. Anche neonati. Siamo miracolosamente riusciti a rianimarli, ma abbiamo perso due donne: una di loro era la madre di un piccolo di sei mesi, che poi è rimasto a bordo con noi. Completamente solo”. 

David, il medico, quando non è in mare o in missione con Msf vive e lavora a Los Angeles, California, ma è nato nel Michigan. “I bambini, quando sono qui a bordo dopo un salvataggio, corrono dappertutto. Giocano. Sono passati da situazioni traumatiche eppure sono felici”, racconta il 36enne. “Quando riusciamo a prenderci una pausa dalle attività mediche e giocare con loro è meraviglioso. Ed è parte del nostro lavoro”. “Nel corso dell’ultimo soccorso che abbiamo fatto avevamo persone seriamente in pericolo di vita”, ricorda. “Un ragazzo, in particolare, non respirava. Era caduto in acqua e stava praticamente per annegare. Siamo riusciti a rianimarlo e piano piano, nelle ore e nei giorni successivi, si è ripreso. Quando siamo arrivati a Valencia stava bene. Sorrideva, era felice. Ricordo di averlo guardato negli occhi e abbracciato forte. Senza l’Aquarius, senza la nostra equipe medica, quel ragazzo sarebbe morto. E invece è sceso dalla nave sulle sue gambe. Alla ricerca di un futuro migliore”. 

Seraine, mediatrice culturale di Msf, ha 24 anni ed è di New York. “Il soccorso che ricordo sempre nitidamente è quello in cui c’era un’imbarcazione in difficoltà a cinque minuti da noi. Stavamo negoziando con la Guardia costiera libica per poter procedere con il salvataggio. Ci avevano detto precedentemente di stare in stand by, e che avevano loro il comando della scena, come pure ci aveva detto l’MRCC di Roma”, spiega. “Abbiamo parlato con la Guardia costiera libica cercando di offrire il nostro aiuto, visto che eravamo sulla scena. Ci hanno detto di non approcciare la barca in difficoltà, quindi abbiamo tentato di negoziare la possibilità di avvicinarci a queste persone e salvarle. È nostra responsabilità, in mare, e sarebbe la cosa giusta da fare a livello umanitario e legale”. 

Anche Hassan ha un ricordo nitido di quel momento. “Ci hanno detto che la Guardia costiera libica stava arrivando sulle scena per prenderne il controllo. In quel momento ero sul ponte e ho proposto al nostro team leader e al comandante di cominciare nel frattempo a distribuire i salvagenti per cercare di stabilizzare la situazione e calmare i naufraghi. Eravamo vicino al barcone”, spiega il soccorritore di SOS Mediterranèe. “Una volta scesi con i nostri mezzi in acqua abbiamo iniziato a distribuire i salvagenti alle persone, più di un centinaio. Nel frattempo abbiamo ricevuto un’altra chiamata dove ci dicevano che dovevamo andare via e lasciare il gommone. Abbiamo proposto di portare via i casi vulnerabili, i bambini e i nuclei famigliari, perché la situazione era difficile. Mentre parlavo con i libici qualcuno, sul gommone, mi ha chiesto cosa stesse accadendo e io mi sono trovato in difficoltà. Questa persona ha capito, si è messo in ginocchio e ha iniziato a piangere. Non ha fatto nulla, non ha detto nulla a nessuno. Abbiamo cominciato a portare via una ventina di migranti tra bambini e nuclei famigliari e abbiamo lasciato il resto sul gommone. Da lontano abbiamo visto la guardia costiera libica in arrivo. Mentre tornavamo indietro, una signora si è alzata in piedi e mi ha detto: che ti maledica il signore, hai appena dato mio marito ai libici. Adesso lo uccidono, per colpa tua”. Hassan è egiziano ed è in Italia da quando aveva 12 anni. Ha fatto anche lui “il viaggio”: sono naufragati in 300, racconta. Cento non ce l’hanno fatta. Tra loro anche la persona a cui Hassan deve la vita: prima lo ha salvato, poi è annegato davanti ai suoi occhi. “Siamo tornati sulla nave e questa signora dopo due giorni di navigazione, e parlando anche con altri colleghi, piano piano è arrivata a capire cosa è successo durante quell’operazione. Siamo riusciti, insieme a MSF, a metterla in contatto con il marito, grazie alla presenza di altre organizzazioni nei centri di accoglienza libici. È libero, sì”. Ma lui, Hassan, si sente la coscienza sporca. “Ho visto bambini vedere morire i genitori davanti ai loro occhi. Siamo tutti responsabili. Dobbiamo fermarci: salvare le persone in mare non può essere messo in dubbio. Poi parliamo anche di tutto il resto. Ma la vita è vita e la terra è di tutti”. 

“Il quadro attuale delle attività SAR nel Mediterraneo non è chiaro”, dice Jana Clernioch di SOS Mediterranée. “Proactiva Open Arms ha fatto un soccorso nei giorni scorsi, ma ancora, per quel che ne sappiamo, non ha un porto sicuro assegnato. Dobbiamo quindi vedere come le cose si evolveranno: se verrà assegnato un porto o se ci sarà un’altra situazione di stallo”, spiega la 28enne tedesca.” Tutto quello che possiamo dire è che siamo qui per salvare vite. Se dovessimo imbatterci in un’imbarcazione in difficoltà, salveremo quelle persone e le prenderemo a bordo”. 

Cala la notte e nel buio si vedono, in lontananza, a destra e a sinistra dell’Aquarius, dei punti rossi in lontananza. In fiamme. Sottovento l’odore è fortissimo nonostante la distanza: sono piattaforme petrolifere. “Si trovano a una sessantina di miglia di distanza dalle coste libiche, noi saremo almeno ad altre dieci miglia di lontananza. Da quel lato, invece, c’è la Tunisia”. Mentre Open Arms, da MarineTraffic, risulta in nottata ancora in zona SAR, da stamane all’alba anche la nave Aquarius è in posizione. Le guardie sono cominciate.