di Alberto Zoratti*

I motivi sono nelle ultime righe della comunicazione inviata dal ministro Luigi Di Maio al Consiglio europeo per il “Sì” all’accordo con il Giappone, lettera venuta in possesso della Campagna Stop Ttip Stop Ceta Italia dopo una richiesta di accesso agli atti. L’Italia pensa di poterne controllare gli effetti e gli impatti sui diritti ambientali, sociali e sugli standard agroalimentari. Non sapendo che è proprio la tutela di questi diritti che non viene garantita da trattati di libero scambio strutturati come il Jefta, del tutto simile al Ceta, con il Canada e al (per ora) congelato Ttip, perché i capitoli dedicati non hanno alcuno strumento che ne permetta un reale rafforzamento, se non procedure consultive e un ruolo assolutamente marginale della società civile.

Per la sicurezza alimentare il Codex Alimentarius diventa riferimento unico, esattamente come per il Ceta e per il Ttip, sebbene molto spesso abbia standard più deboli di quelli europei. E per l’etichettatura, la questione non cambia: se si pensa che mentre in Europa la presenza di Ogm dei cibi viene considerata accidentale se sotto allo 0,9% (senza obbligo di citazione in etichetta), in Giappone la soglia è attorno al 5%. E il tutto verrà armonizzato da un sistema di comitati tecnici che si riuniranno senza il minimo controllo parlamentare. Come per il Ceta.

Niente Isds, quindi tutto va bene?

Nel Jefta non è contemplato l’arbitrato investitore-Stato (Isds), e non per gentile concessione della Commissione Eu. Continuare il negoziato avrebbe ritardato l’approvazione dell’accordo, considerate le distanze sul capitolo investimenti che, essendo di competenza nazionale, avrebbe richiesto la ratifica da parte dei Parlamenti degli Stati membri. Fastidi evitati facilmente dallo spostamento di un accordo sugli investimenti più avanti, a Jefta ratificato dal solo da parte del Parlamento europeo. E gli stessi europarlamentari potranno solo accettare o rifiutare il trattato, non esistendo alcuna possibilità di emendamento del testo finale. Nonostante il Jefta, esattamente come il Ceta, sia stato portato avanti senza la dovuta trasparenza, già richiesta dall’Ombudsman europeo per il Ttip.

Servizi in vendita

Sul fronte dei servizi, l’accordo Ue-Giappone usa l’identico approccio del Ceta: tutti quei servizi non elencati nell’apposito allegato, saranno aperti alla concorrenza da parte delle imprese giapponesi. Se prima bisognava specificare quali servizi erano disponibili alla privatizzazione, ora è il contrario, con il rischio che dall’elenco di servizi da salvaguardare vengano esclusi alcuni settori importanti. Senza contare che, per “servizi pubblici” l’accordo intende soltanto quelli forniti dallo Stato e senza contropartite economiche. L’acqua, in questo quadro, non è considerata servizio pubblico.

La liberalizzazione dei servizi finanziari include nella lista quei prodotti all’origine della crisi finanziaria come i prodotti derivati. E la cooperazione normativa considerata nell’accordo, invece di spingere a rafforzare gli standard di regolamentazione finanziaria soprattutto in una fase di instabilità e di volatilità, andrà verso la deregulation e la semplificazione.

Quindi Jefta sì, Ceta no?

Dicendo“Sì” al Jefta, Di Maio ha delegittimato una strategia condivisa con i movimenti: modificare la struttura dei trattati e il modo con cui vengono negoziati e approvati. Considerato che gli accordi conclusi non sono più negoziabili, tanto meno dai governi. Spostare l’attenzione sui potenziali vantaggi economici senza evidenziare criticità in altri settori, distrae da una profonda revisione del modello di trattato di libero scambio a un semplice calcolo aritmetico.

Nel luglio del 2016 le reti della società civile in occasione della votazione della risoluzione Lange sul Ttip al Parlamento di Strasburgo, proposero e presentarono sei emendamenti al testo di relazione che sottolineavano vere e proprie linee rosse insuperabili. Quelle proposte, sostenute da europarlamentari appartenenti a schieramenti diversi ponevano questioni di procedura, trasparenza, rispetto dei diritti ambientali e sociali. Molte delle quali, ancora oggi, dovrebbero essere riproposte per il Jefta.

*presidente di Fairwatch, Campagna Stop Ttip/Ceta Italia