“Sono stato sentito come testimone nel Borsellino quater e ho espresso dei fatti. Poi in sede di commissione parlamentare antimafia, un anno fa, la presidente Rosy Bindi mi chiese una mia opinione su cosa potesse essere accaduto. Partendo dal fatto che il racconto del ‘pentito’ Vincenzo Scarantino era un racconto che si dimostrò sì in gran parte falso, ma corrispondente al vero in alcune parti significative, dissi allora che la polizia poteva avere una fonte confidenziale che avesse fornito quei dettagli veritieri, come quello sul furto della Fiat 126 usata per l’attentato a Borsellino. Una fonte rimasta sconosciuta”.

A dirlo è stato il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, alla presentazione del libro di Antonio Ingroia, “Le Trattative”, scritto con il giornalista e scrittore Pietro Orsatti. Il pm del processo sulla trattativa Stato-mafia, commentando le motivazioni della sentenza del Borsellino quater, ha aggiunto “che la polizia avesse, come diciamo in siciliano, ‘vestito il pupo’. Bindi mi disse ‘e quindi non è un depistaggio?’ Certo che lo è, risposi. Un depistaggio ancora più difficile da scoprire. È questa l’ipotesi che la stessa sentenza oggi ritiene più probabile: un depistaggio che inizia fin da subito, visto che Scarantino viene arrestato nel settembre del ’92”.

“Che la trattativa fosse una boiata pazzesca lo possono dire tutti”, ha tuonato Di Matteo, ospite all’hotel Nazionale a Roma, dove sono intervenuti anche Antonio Padellaro e Vauro Senesi. “Le sentenze definitive dicono che la trattativa ci fu e che determinò in Riina un rafforzamento nell’intenzione di mettere le bombe”.