Ricopre incarichi in alcune ditte private ma per Regione Lazio, da oltre due anni, decide anche l’affidamento di appalti proprio alle aziende private. E mentre l’ente gli fa quadrato attorno, si ventilano ora le prime ipotesi di dimissioni, tant’è che oggi (21 giugno ndr) sul sito della Regione è spuntato un bando per la “ricerca di professionalità per il conferimento dell’incarico di direttore della Direzione regionale Centrale Acquisti”. E’ la storia di un potenziale conflitto d’interessi e non solo. E’ la situazione paradossale del direttore della Centrale acquisti regionale Stefano Acanfora, che da gennaio 2016 presiede l’ufficio che si occupa di appalti alle ditte private ma nel contempo risulta essere, ancora oggi, il liquidatore di due società private, sindaco in altre sei e presidente del collegio sindacale in un’altra ditta. In altre due invece la carica è cessata quando già aveva ricevuto, da tempo, la nomina a direttore della centrale acquisti. Nel Consorzio di tutela della pasta di Gragnano è stato sindaco fino al 21 novembre 2017, quasi due anni dopo l’incarico in Regione, e nella Gsg Srl è stato il liquidatore fino al 22 maggio scorso, quando la carica è cessata perché la società in questione è stata definitivamente cancellata dal registro delle imprese. Tutte aziende che, è bene precisare, da quando Acanfora è in Regione non hanno ottenuto appalti dall’amministrazione, ma la situazione fa emergere una serie di problemi a catena evidenti sia per il direttore della Centrale acquisti sia per la stessa Regione.

Emerge chiaramente una questione di potenziale inconferibilità dell’incarico regionale, per sospette dichiarazioni mendaci da parte di Acanfora che, quando ha ottenuto la direzione in questione, nel gennaio 2016, ha certificato di non essere titolare di cariche e qualifiche in aziende private. Un aspetto grave che l’amministrazione regionale dovrebbe conoscere bene visto che l’ormai ex responsabile Anticorruzione Pompeo Savarino l’aveva segnalato più volte al direttore del personale Alessandro Bacci, sottolineando anche che lo stesso Acanfora, al contrario di quanto previsto per legge, risultava ancora iscritto all’albo dei dottori commercialisti di Napoli.

Il responsabile anticorruzione, Pompeo Savarino si era anche rifiutato di firmare il provvedimento di nomina di Acanfora come commissario, di un ente vigilato dalla Regione Lazio, proprio perché aveva scoperto che il candidato aveva dichiarato il falso, e aveva denunciato la vicenda alla Procura di Roma. Era il 19 marzo e, dopo 2 mesi e mezzo, la Regione non sembra aver fatto nulla per verificare le eventuali omissioni di Acanfora. Al contrario, dopo due giorni dalla segnalazione al direttore del personale, Savarino è stato immediatamente rimosso dalla direzione dell’Anticorruzione dal presidente Zingaretti. Il fattoquotidiano.it ha chiesto chiarimenti a Stefano Acanfora sui suoi incarichi in società private ma ha ricevuto un secco “no comment” dall’interessato.

La Regione non applica la Severino. E non segue l’Anac
L’amministrazione regionale non pare essere stata così solerte e puntuale nei confronti di Acanfora che, nonostante le omissioni e una probabile inconferibilità dell’incarico, è ancora al suo posto. Ancora per poco sembrerebbe visto che in Regione le sue dimissioni appaiono imminenti, forse per evitare eventuali provvedimenti amministrativi che, al momento, ancora non arrivano. Dopo 2 mesi e mezzo, non risulta agli atti nessuna risposta e nessun atto amministrativo da parte del direttore del personale che, secondo la legge Severino, dovrebbe, previo confronto con l’interessato, accertare le eventuali dichiarazioni mendaci e licenziare in tronco il dipendente in questione con l’inconferibilità nella pubblica amministrazione “di qualsivoglia incarico per un periodo di 5 anni”, recita la norma. Il fattoquotidiano.it ha invitato la Regione ha chiarire tutti gli aspetti oscuri di questa vicenda, mandando anche una mail con richieste dettagliate lo scorso 6 giugno ma, da via Cristoforo Colombo, non è giunta alcuna risposta. L’unico riscontro riconducibile a questo fatto è riportato dal Corriere della Sera in un articolo dello scorso 1 aprile, che parlava della rimozione di Savarino e delle dichiarazioni mendaci di Acanfora, nel quale la Regione si limitava a dichiarare che Acanfora non ricadeva comunque “in nessun caso di incompatibilità o inconferibilità”.

Silenzio anche sull’eventuale attuazione delle indicazioni dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) che, in una lettera inviata alla Regione Lazio il 19 aprile scorso, aveva sottolineato la ravvicinata coincidenza tra le denunce di Savarino e la sua rimozione e aveva chiesto di riesaminare il provvedimento di revoca. Vicenda che, fanno sapere dall’Anac, ancora non si è conclusa visto che l’istruttoria è aperta ed è prevista anche un’audizione dell’ormai ex responsabile anticorruzione. Anche la Fedirets Direts, sindacato dei dirigenti regionali, si è attivata chiedendo “formalmente al segretario generale della giunta di conoscere quali iniziative abbia adottato, sia nei confronti del direttore della centrale acquisti sia nei confronti di chi, nella direzione del personale, avrebbe dovuto verificare le autocertificazioni. La direzione – conclude il comunicato – o ha omesso di controllare oppure ha controllato male”.

La Regione interpreta a suo modo le sentenze
Dopo che il giudice monocratico del Tar Lazio ha accolto il ricorso di Savarino, ordinando alla Regione di reintegrarlo come responsabile Anticorruzione, la camera di consiglio, il 29 maggio scorso, ha respinto il suo ricorso dichiarando di non essere competente sulla sua vicenda. La palla ora passa al giudice del lavoro che dovrà valutare il ricorso di Savarino ma il commento della Regione appare contraddittorio. Prima sottolineano, come emerge realmente dalla sentenza, che “il Tar del Lazio ha rigettato la richiesta di sospensiva e ha rimesso la competenza al Giudice del Lavoro”. Nella riga successiva invece, dando una lettura ‘fantasiosa’ del giudizio che non è entrato nel merito della vicenda, evidenziano che “la sentenza del Tar dimostra l’assoluta correttezza dell’azione della Regione Lazio in questa vicenda perché, a fronte della gravità delle lamentele del ricorrente, il giudice amministrativo non ha ritenuto di doverle considerare meritevoli”.

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