Una “violenza fine a se stessa“. Un’attività “illecita” che ha previsto l’impiego di “misure di rigore talmente brutali da produrre quelle gravissime conseguenze“. Cioè la morte. Non si può escludere che Stefano Cucchi fu sottoposto a tutto questo. Per la prima volta la corte di Cassazione utilizza parole simili per emettere una sentenza sul caso del geometra morto nell’ottobre del 2009, una settimana dopo il suo arresto. E lo fa dichiarando inammissibile il ricorso del carabiniere Francesco Tedesco: accusato di abuso d’autorità, insieme ai colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro. Il reato era stato prescritto dal gup. Il militare, però, voleva essere assolto nel merito. Il 19 aprile scorso la V sezione penale della Superma corte gli ha dato torto. E ora nelle motivazioni, depositate il 7 giugno scorso, spiega perché.

La vicenda è una dei tanti rivoli giudiziari nati sul caso Cucchi. Il 10 luglio del 2017, infatti, il gup di Roma ha rinviato a giudizio cinque militari: accusati di omicidio preterintenzionale erano Di Bernardo, D’Alessandro e Tedesco, con quest’ultimo accusato anche di falso nella compilazione del verbale di arresto di Cucchi e calunnia insieme al maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti a capo della stazione Appia, dove venne eseguito l’arresto del giovane. E poi Vincenzo Nicolardi, accusato di calunnia con Tedesco e Mandolini nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria che vennero accusati nel corso della prima inchiesta sul caso. Il processo ai cinque militari è entrato nel vivo nelle ultime settimane con la testimonianza del carabiniere Riccardo Casamassima. Nel frattempo, però, Tedesco aveva fatto ricorso in Cassazione visto che – ordinando il suo rinvio a giudizio – il giudice aveva dichiarato prescritta l’accusa di abuso di autorità per lui e per D’Alessandro e Di Bernardo.

“La contestazione viene elevata al capo B della rubrica, che descrive il fatto dando corpo alle ‘misure di rigore‘ attraverso un richiamo per relationem del capo A, relativo alle lesioni personali e all’omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi”, spiega la Corte presieduta dal giudice Maurizio Fumo. In pratica l’accusa di abuso d’autorità esercitata nei confronti di Cucchi era correlata a quella di lesioni e omicidio del giovane poi morto all’ospedale Pertini. “Dalla lettura del capo A – si legge nelle motivazioni della corte – non risulta, con l’evidenza necessaria che Stefano Cucchi non sia stata sottoposto ‘a misure di rigore’, poiché non può affermarsi in termini di certezza e senza necessità di ulteriore vaglio che le gravi lesioni riportate dalla vittima nell’immediatezza — consistite tra l’altro nella frattura della terza vertebra lombare e della quarta vertebra sacrale, condizionanti la sua capacità di deambulazione — costituiscano evento di una violenza fine a se stessa e non anche, come correttamente osserva il giudice di merito, di un’attività illecita posta in essere dai pubblici ufficiali finalizzata a contenere l’arrestato con modalità tali da imporgli una ulteriore restrizione attraverso l’impiego, appunto, di ‘misure di rigore‘ che si sono rivelate talmente brutali da produrre quelle gravissime conseguenze”.

Insomma i reati per i quali i tre carabinieri sono stati rinviati a giudizio sono strettamente legati a quello per cui sono stati dichiarati prescritti: e quindi non possono essere assolti nel merito per abuso d’autorità, cioè per il pestaggio di Cucchi, se è in corso un processo proprio per le lesioni e la morte dello stesso Cucchi. Deceduto, quindi, in seguito anche a quelle misure di rigore che gli stessi giudici considerato “brutali”

“Le parole della Cassazione sono chiare: fu tortura. Sarà mia cura trasmettere la sentenza al comandante generale dell’Arma per i provvedimenti che riterrà opportuni e doverosi”, commenta Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, commentando la decisione della Suprema corte. Una sentenza rilevante anche perché arriva nei giorni in cui uno dei testimoni chiave del processo – l’appuntato Casamassima – denuncia di essere stato trasferito e demansionato solo poche settimane dopo la sua audizione in aula. Una testimonianza in cui il militare ha ripetuto davanti ai giudici le accuse che hanno fatto finire a processo colleghi come Mandolini. E che ha creato tensione nell’Arma dei carabinieri, pronta a smentire l’appuntato con una nota stampa in cui si precisa che il suo trasferimento “in zona anche più comoda per raggiungere la sua abitazione, fa fronte a una situazione di disagio psicologico“.